lunedì 29 aprile 2019

COMUNICAZIONE - 1 - IL PRIMO

1 - IL PRIMO


Ho perso la documentazione, ma ricordo i racconti registrati dai sindacati inerenti i primi scioperi in Italia. Erano i tempi dell'abolizione del reato di sciopero e la legittimazione delle Camere del Lavoro e dei sindacalisti rivoluzionari di Arturo Labiola che con Filippo Turati del Partito Socialista Italiano erano riusciti a coagulare le forze operaie fino al famoso sciopero generale del 1904 indetto dalla Camera del Lavoro di Milano il 15 Settembre e protratto fino al 20 Settembre.
Erano tempi difficili per gli operai che rivendicavano migliori condizioni di lavoro. Gli antefatti sono noti: le sanguinose repressioni dei Fasci Siciliani da parte del governo Crispi del 1894, e Bava Beccaris a Milano che fronteggiò lo sciopero a colpi di cannone lasciando sul terreno 300 lavoratori nel 1898.
Nel 1899 era nata a Torino quella che sarebbe diventata la Fiat e i primi modelli in produzione costavano 5.000 lire e venivano venduti a 15.000 lire con notevole profitto della proprietà che però rifiutava un accordo per una riduzione degli orari di lavoro. Le lotte operaie riuscirono a organizzarsi in federazioni nazionali di categoria e a partecipare agli accordi col governo per la regolamentazione del lavoro e dei diritti dei lavoratori. Malgrado ciò, durante le varie manifestazioni di insofferenza alla mancata applicazione delle norme, le forze dell'ordine sparavano sulla folla lasciando sul terreno svariati morti, a Cerignola tre morti e quattordici feriti, a Buggerru l'esercito sparò sui minatori che chiedevano miglioramenti dell'orario di lavoro uccidendo quattro manifestanti e ferendone undici, a Castelluzzo in Sicilia i Carabinieri spararono sui contadini che protestavano per l'arresto di un dirigente di una cooperativa agricola, lasciando sul terreno due morti e dieci feriti.
Fu in questo contesto, con questa tensione sociale che capitò un fatto grave ed inaspettato: durante uno di questi scioperi, alcuni lavoratori riuscirono ad isolare un gruppuscolo di militari che li fronteggiavano e li pestò a sangue ruducendoli al peggio. Individuati e arrestati, subirono un processo di cui non ho che vaghe notizie riportate, senza alcuna documentazione. L'accusa era resistenza a pubblico ufficiale a cui si aggiungeva l'aggravante del numero di persone che avevano aggredito le forze dell'ordine e questa aggravante poteva portare ad un inasprimento della pena per i colpevoli.
A questo punto entra in scena Scipio Sighele (Brescia 24 giugno 1868 - Firenze 21 ottobre 1913)un giovane avvocato che aveva pubblicato nel 1891 La folla delinquente opera che gli darà la fama internazionale soprattutto in Francia.
Era nato a Brescia nel 1868, Dopo il liceo studiò con Guglielmo Ferrero e Adolfo Zerboglio (seguaci del criminologo Cesare Lombroso) e si laureò in Giurisprudenza a Roma nel 1890 con Enrico Ferri. Raggiunse la notorietà con l'opera La folla delinquente (1891), tradotta immediatamente in lingua francese e poi diffusa come best seller in tutto il mondo. Davanti al giudice Sighele analizzò i meccanismi interni alla folla, volendo dimostrare come nelle tendenze del collettivo sussistessero attitudini fondamentalmente criminose e poco razionali, sottolineò inoltre come l'essere umano, inserito in un contesto di folla, perda il suo autocontrollo razionale lasciando entrare in gioco la sua natura atavicamente crudele e i suoi istinti primordiali e criminali. Gli operai vennero assolti e il processo ebbe tAnto clamore che balzò il giovane avvocato e studioso della moderna sociologia delle masse in un contesto internazionale.

SCIPIO SIGHELE
LA FOLLA DELINQUENTE

INTRODUZIONE.
La sociologia e la psicologia collettiva.
« Nei fatti psicologici, la riunione degli
individui non dà mai un risultato eguale
alla somma di ciascuno di loro ».

La società attuale è la stratificazione delle varie fasi di aggregazione
« Riunendo questi fatti e cercando di dedurne una verità generale,
noi vediamo che — i caratteri dell'aggregato sono determinati
dai caratteri delle unità che lo compongono. Dire che le proprietà delle parti determinano le proprietà del utto, è infatti enunciare una verità che può applicarsi alla società umana come a tutto il resto

dodici uomini di buon
senso e intelligenti possono emanare un verdetto stupido e assurdo.
Una riunione di individui può dunque dare un risultato opposto a
quello che avrebbe dato ciascuno di loro.
L'identico fenomeno si verifica in seno a quelle moltissime commissioni
— artistiche, scientifiche o industriali — che sono una
delle piaghe più dolorose del nostro ordinamento amministrativo.
Accade di frequente che le loro decisioni sorprendano e sbalordiscano
il pubblico per la loro stranezza. Come mai si dice — uomini
come quelli che facevan parte della commissione poterono giungere
ad una conclusione simile ? Come mai dieci o venti artisti, dieci o
venti scienziati — riuniti insieme — danno un verdetto che non è
conforme nè ai principii dell'arte, nè a quelli della scienza?
Il perchè finora — non è stato detto da alcuno, ma il fatto
fu osservato e notato da tutti
E non solo'! giurì e le commissioni, ma anche le assemblee politiche
compiono talvolta degli atti che sono in aperto ed assoluto

contrasto colle opinioni e colle tendenze individuali della maggior
parte dei loro membri. Un'antica sentenza dice: senatores boni viri,
senatus autem mala bestia, e il popolo oggi ripete e conferma questa
osservazione, quando, a proposito di certi gruppi sociali, afferma che,
presi gli individui uno per uno son galantuomini, messi insieme
sono birbanti (1).
Se noi poi vogliamo salire da queste riunioni, in cui v'è almeno
un certo criterio nella scelta degli individui, ad altre riunioni, determinate
dal puro caso, quali sarebbero, ad esempio, gli uditori in
un comizio, gli spettatori in un teatro, il popolo negli assembramenti
improvvisi delle piazze e delle vie pubbliche, — noi vediamo
che il fenomeno che ci occupa ha nuove e più luminose conferme.
Questi agglomeri d'uomini non riproducono certamente — ed ognuno
lo sa ed è inutile dimostrarlo — la psicologia dei singoli individui
che li compongono.
Non v'è quindi dubbio che assai spesso il risultato complessivo
dato da una riunione di uomini può essere ben diverso da quello
che a rigore di logica astratta dovrebbe risultare dalla semplice
somma di ciascuno di loro ; non v'è dubbio cioè che molte volte è
in gran parte smentito il principio Spenceriano « che i caratteri
dell'aggregato sono determinati dai caratteri delle unità che lo
compongono ».
Enrico Ferri aveva sentita questa verità quando scriveva : « La
riunione di persone genericamente capaci non è sempre arra sicura
della capacità complessiva e definitiva; dalla aggregazione di individui
di buon senso si può avere un'assemblea che non lo sia, come
nella chimica, dalla aggregazione di due gaz si può avere un corpo
liquido » (2). Ed è perciò ch'egli avea notato come fra la psicologia
che studia l'individuo e la sociologia che studia una società intera,
vi sia posto per un altro ramo di scienza che si potrebbe chiamare psicologia collettiva, la quale dovrebbe occuparsi appunto di quegli
aggruppamenti di individui quali i giurì, le assemblee, i comizi,
i teatri, ecc. — che nelle loro manifestazioni si allontanano così dalle leggi della psicologia individuale come da quelle della sociologia

Una riunione cosmopolita non può evidentemente — rispecchiare
nel suo insieme i vari caratteri degli individui che la compongono,
con quella relativa esattezza con cui una riunione di soli
italiani o di soli tedeschi riflette, nel suo insieme, i caratteri specifici
di questi italiani o di questi tedeschi. E così dicasi di un giurì
in cui la sorte cieca ha posto vicino a uno scienziato un droghiere,
— al confronto di un collegio di periti; così dicasi di un teatro, in
cui vi sono individui d'ogni condizione e d'ogni coltura; così dicasi
di tutte le riunioni multiformi di uomini, al confronto di quelle
composte da un'unica classe, da un unico ceto di persone. L'eterogeneità
degli elementi psicologici (idee, interessi, gusti, abitudini),
rende impossibile nell'un caso quella rispondenza fra i caratteri dell'aggregato
e i caratteri delle unità, che l'omogeneità degli stessi
elementi psicologici rende invece possibile nell'altro.
Nè — a stabilire un'analogia fra i caratteri dell'aggregato e quelli
delle unità - basta che le unità siano molto simili fra loro: esse
devono altresì essere fra loro legate da un rapporto permanente ed
organico.
Lo Spencer, nell'esempio riprodotto al principio di questo studio,
notava — come prova che le qualità del tutto sono determinate
dalle qualità delle parti che lo compongono — che con dei quadrelli
duri, ben cotti e rettangolari si può costrurre, anche senza calce, un
muro di una discreta altezza, — mentre ciò è impossibile a farsi
con delle pietre di forma irregolare. Ma ognuno vede che la possibilità
della costruzione del muro nel primo caso, non dipende mica
soltanto dal fatto che si adoperino quadrelli eguali anziché sassi
informi, — dipende anche, e sopratutto, dal fatto che quei quadrelli
siano posti l'uno vicino all'altro e l'uno sopra l'altro con una data
norma, siano cioè uniti stabilmente fra loro. Egli è ovvio, infatti,
che se io ammucchiassi gli stessi quadrelli senz'ordine, alla rinfusa,
l'aggregato che ne risulterebbe differirebbe ben poco o quasi nulla
da quello che potrei ottenere ammucchiando delle pietre di varia
forma, e di diversa grandezza.

Trasportiamo quest'osservazione nel campo sociologico, e ne trarremo
la conclusione che gli aggruppamenti avventizi e inorganici /
di individui — come quelli che si hanno in un giurì, in un teatro,
in una folla — non possono riprodurre nelle loro manifestazioni i
caratteri delle unità che li compongono, — come l'agglomero confuso
e disordinato di una quantità di quadrelli non può riprodurre
la forma rettangolare del quadrello. Nello stesso modo che in que- '
st'ultimo caso, per aversi un muro, occorre Vunione stabile e la disposizione
regolare di tutti i quadrelli — così nel primo caso, per
aversi un aggregato che riassuma le qualità degli individui di cui
è composto, occorre che questi individui siano legati fra loro da
rapporti permanenti ed organici, quali si hanno, ad esempio, fra
gli individui che compongono una famiglia o una data classe sociale
Non dunque la omogeneità sola, fra le unità, ma anche la loro
unione organica è necessaria, — perchè l'aggregato ch'esse formano
riproduca i loro caratteri.




La folla criminale e la responsabilità individuale


Carlo Maria Zampi·




Riassunto

Negli ultimi anni del XIX secolo la preoccupazione della borghesia per la progressiva diffusione delle idee socialiste e la crescita esponenziale delle agitazioni di massa delle classi popolari stimolarono la riflessione sulle cause dei frequenti epiloghi violenti dei tumulti ed indussero autori come Gustave Le Bon e Scipio Sighele ad ipotizzare l’emergere di un’“anima della folla” superiore e cogente che si s ovrappone alla volontà individuale e si nutre degli impulsi primordiali ed aggressivi dell’uomo.

Questa impostazione è stata in seguito superata dalla psicologia sociale, ma ha continuato ad influenzare la giurisprudenza di legittimità italiana che, sino al le più recenti decisioni, ha tralaticiamente richiamato il motivo della “fermentazione psicologica per contagio che si spri giona dalla folla”.






1. La folla.

1.1. Introduzione.

A cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo l’interesse per le masse cresce progressivamente: la rivoluzione francese aveva dimostrato l’importanza e la capacità della moltitudine, i moti del 1848 ne avevano ribadito la forza, la diffusione delle idee marxiste e il progressivo sviluppo dei partiti socialisti....

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mercoledì 24 aprile 2019

SALLUSTINO

 

IL MATTINO DEI COMUNICATORI



Uscì negli anni '60 il libro di Pauwels & Berger IL MATTINO DEI MAGHI che aveva lo scopo da loro dichiarato di suscitare nel lettore il dubbio su tutto ciò che lo circondava. Il libro aveva lo scopo di offrire una differente visione del mondo mettendo in relazione fatti diversi in maniera inconsueta, con differenti punti di vista o avanzando ipotesi che paiono improbabili, eppure clamorosa-mente possibili. Ebbene, gli ultimi avvenimenti a cui sto assistendono mi impongono di rimettere mano ai miei scritti per presentare una realtà che ho l'impressione che sfugga ai più. Mi sembra che avvenimenti apparentemente indecifrabili, in realtà nascondano verità conosciute solo da pochi (gli Illuminati, direbbe Berlusconi). Ho l'impressione che il successo ottenuto da alcuni spin doctors al servizio di questi politici sia dovuto più alla conoscenza di dinamiche già studiate e masticate negli ultimi cent'anni, che non a formule astruse con cui confondono le menti più tenere. In fondo, queste nuove tecnologie altro non sono che un moltiplicatore di ciò che già conosciamo, che già è stato applicato, si tratta solo di riconoscere i meccanismi e di applicarli.

Questa è la ragione per cui ho deciso di ripubblicare la storia della manipolazione delle masse ma prima occupiamoci del presente.

Vediamo cosa ho notato:

 

Wednesday, April 24, 2019



Ieri sera in televisione il prezzemolino Sallusti, che ormai sta più in televisione a difendere l'indifendibile che al suo Giornale, diceva che LE ARMI NON SONO NE' BUONE NE' CATTIVE DIPENDE DALL'USO CHE SE NE FA,,,
e mi ha fatto ridere, perchè lo scrisse McLuhan sessant'anni fa e lo riscrissi io nel mio QUESTO NON E' UN LIBRO che ormai ha compiuto trent'anni...
Io scrivevo:
 
Agli inizia della guerra fredda il generale David Sarnoff accettando una laurea ad honorem presso l'Università di Notre Dame tenne una "lectio magistralis" che trasse in inganno milioni di persone per de-cenni. Egli disse: "Siamo troppo propensi a fare degli strumenti tecnologici i capri espiatori dei peccati di coloro che li maneggiano. In se stessi i prodotti della moderna tecnologia non sono né buoni né cattivi, dipende dall'uso che se ne fa." Come dire che si costruiscono armi che non sono né buone né cattive, le pistole per esempio se in mano alla polizia uccidono un criminale sono buone, se in mano ad un criminale uccidono un bambino sono cattive. Come dire che le torte alle mele non sono né buone né cattive, dipende dall'uso che se ne fa: portate ad una festa sono buone, tirate in faccia alla sposa sono cattive... spero vi rendiate conto che anche in questo caso la domanda è mal posta. Il generale nella sua lezione portò ad esempio la stampa e sottolineò come malgrado essa fosse stata veicolo di materiale deteriore, fosse anche la principale causa della diffusione della Bibbia. A questo generale e a tutti coloro che ripeterono per decenni questi concetti, non li sfiorò nemmeno l'idea che qualsiasi apporto tecnologico non può far nient'altro che AGGIUNGERSI a quello che già siamo.
PURTROPPO nessuno che abbia letto il McLuhan, altrimenti non solo avrebbe risposto con buonsenso a quel piccolo direttore di Giornale, ma avrebbe pure (forse) impedito lo scempio comunicativo che stiamo vivendo...

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P.S.
La mattina apri la tv e nel carrozzone di opinionisti politici che infestano le varie reti, ci trovi sempre Gasparri e Sallusti, poi li ritrovi saltellando qua e là tra le reti, da Agorà, a Coffee Breack, a l'aria che tira,  Tagadà e poi nel serale...
Quale potere occulto obbliga le reti alla loro presenza?
Boh 

 
Katrina 28 Agosto 2005



Ci fu un giorno in cui ho capito che qualcosa era cambiato. Era cominciato tutto il 23 Agosto 2005 e il ciclone Katrina si era formato alle Bahamas e si avvicinava pericolosamente a New Orleans aumentando la sua forza fino a 5 con venti di 280 Km. Orari.
Alla conferenza stampa delle 10:00 del 28 agosto, subito dopo che Katrina ha raggiunto categoria 5, il sindaco di New Orleans Ray Nagin ha ordinato l'evacuazione obbligatoria della città, definendo Katrina "una tempesta che molti di noi hanno a lungo temuto". Ma era successo qualcosa prima: in collegamento sul satellite vedevo la CNN che era entrata nello studio del sindaco e la giornalista gli chiedeva se si rendeva conto del pericolo che stava correndo e quali provvedimenti aveva preso. Il sindaco impettito e impomatato diceva che no, non stava succedendo niente di pericoloso, ma la giornalista insisteva e lui per convincerla era andato alla finestra, l'aveva aperta e le aveva detto: "Visto? Non sta succedendo niente!" al che la giornalista le aveva gridato:

"Chiuda quella bloody finestra e accenda la televisione! Si sintonizzi su CNN se vuole sapere davvero cosa sta succedendo!

Di fatto si era ripetuto l'episodio di Alì il Comico, al secolo Mohammed Seed Al Salaf, ministro della comuncazione di Saddam Hussein che rilasciava nel 2003 improbabili interviste alla CNN che affermava che non vi erano americani a Bagdad mentre i carri armati americani su un altro monitor passeggiavano allegramente per Bagdad: la notizia data dalla CNN vale di più della realtà che è sotto i tuoi occhi e che stai mostrando al pubblico. Scoprimmo poi che le cose non stavano esattamente così, ma che qualcosa fosse cambiato, era un fatto...







Aprile, 2019 Elezioni presidenziali in Ucraina



Prendete un comico che fonda una società di produzione e per tre anni manda in onda un programma in cui un insegnante di storia diventa presidente della repubblica. Poi immaginate che questo tizio fondi un partito "Servitore del popolo" che è il medesimo della serie televisiva il cui clou di ogni puntata sia un pesantissimo turpiloquio contro la nazione, immaginate poi che questo tizio si presenti alle elezioni e nei tre giorni precedenti le votazioni mandi in onda una maratona con tutte le precedenti puntate della serie televisiva. Poi fate finta che il tizio in questione vinca e diventi davvero presidente. Si direbbe la copia un po' meno comica del film italiano Benvenuto Presidente con Brisio e la Smutniak per la Regia di Riccardo Milani e invece il protagonista si chiama Volodymyr Zelensky e ha vinto veramente le elezioni con 73 virgola rotti per cento sconfiggendo il presidente uscente. Caratteristica della sua campagna elettorale: non ha presentato alcun programma di governo e non ha mai risposto alle domande dei giornalisti.

In passato ci aveva provato Coluche famoso comico e satiro francese che il 30 ottobre 1980 in un pessimo periodo per la Francia, durante una conferenza stampa annunciò che si sarebbe candidato alle elezioni del 1981. Tutti lo presero in giro (prima ti ingnorano poi ti deridono, quindi ti temono, poi vinci - Mahatma Ghandi) ma quando alcuni famosi intellettuali cominciarono ad incoraggiarlo fino ad elevarlo al 16% dei consensi cominciarono le forti tensioni sfociate con l'assassinio del suo collaboratore a cui seguirono minacce che lo convinsero ad abbandonare il progetto nell'aprile 1981.


Dalle nostre parti invece andò meglio a Beppe Grillo che nel 1989 si presentò alle primarie del PD chiedendo la tessera che gli venne rifiutata. Quel lungimirante di Fassino dichiarò: "Se Grillo vuol fare politica, metta in piedi un'organizzazione, fondi un partito, poi vediamo quanti voti prende... "

https://youtu.be/8T_8D_0PEPU

Come sia andata a finire è sotto gli occhi di tutti e non mi soffermo al momento sull'analisi delle dinamiche che portarono al consenso. Quelle le vedremo più avanti...
Coluche




P.S.
Esperti, come per esempio Kramer del New York Times, ritengono però che l’elezione di Zelensky potrebbe essere un’opportunità: l’allontanamento della leadership ucraina post-rivoluzionaria, che secondo la Russia è arrivata al potere con un colpo di stato, potrebbe offrire al governo russo una via di uscita per mettere fine al conflitto con l’Ucraina e liberarsi allo stesso tempo dalle sanzioni occidentali, senza però perdere la faccia di fronte ai propri sostenitori. 

 Aldo Vincent - www.amazon.it

mercoledì 20 marzo 2019

MCLUHAN & GOOGLE

Leggo la recensione di un libro appena uscito che riguarda il rapporto tra le nuove tecnologie e la democrazia. Sono sempre attento all'evolversi del pensiero critico su questo argomento spulciando tra i concetti per trovare l'evoluzione del pensiero di McLuhan che sebbene espresso nelle sue pubblicazioni dal 1967, si ritrova ancora con vagonate di originalità.
Il libro di Gabriele Giacomini, assegnista di ricerca in Sociologia della comunicazione e della cultura all’Università di Udine, edito da Meltemi, è POTERE DIGITALE. Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia. Da un lato le nuove tecnologie e la velocità del cambiamento nelle comunicazioni. Dall'altro lato la democrazia che viene da lontano, con i suoi ritmi e le sue procedure, e le domande che intendiamo affrontare: come Internet modifica la sfera pubblica e il dibattito democratico? Gli intermediari tradizionali, fra cui i partiti e i giornalisti, sono ancora i protagonisti del discorso pubblico? Veramente interessante.
Se è vero che Internet – dice Nadia Urbinati in una delle interviste che arricchiscono il libro – è simile all’invenzione della stampa e genera nuove forme politiche, è sicuramente vero che il rapporto fra la rete e la democrazia è tema quanto mai attuale e delicato.
FERMIAMOCI QUI.
Lo scrissi sul mio primo libro sul McLuhan e tengo a ribadirlo adesso, perchè io che ho trattato questo argomento per decenni, mi trovo a confrontarmi con gente qualificatissima che però distorce il mio pensiero (o quello di M. McLuhan) e con un effetto forbice, poi genera altre riflessioni che allontanano dal concetto originale.
Volevo dire che il McLuhan (ed io ho perfezionato il concetto trent'anni dopo) non dice che internet è simile all'invenzione della stampa. Dice invece che è l'invenzione più rivoluzionaria per la società paragonabile solo alla scrittura fonetica e in seguito all'invenzione della stampa a caratteri mobili. Io ci ho messo il carico poichè McLuhan era morto prematuramente ed io avevo toccato con mano che E' GOOGLE l'invenzione del secolo, quella che dopo la stampa a caratteri mobili porterà i più straordinari capovolgimenti sociali della storia...
Google, non Internet.
E' un po' come chiedersi se è nato prima l'uovo o la gallina ma la domanda è malposta. Perchè la gallina altri non è che l'hard-ware mentre l'uovo è il soft-ware che usa la gallina per esplorare l'ambiente che permetta ad altre uova di moltiplicarsi.
Capito? Internet è l'hard-ware e Google il soft-ware anche se sono tutti e due software ma di questo parleremo un'altra volta...


IL MIO LIBRO LO TROVATE QUI:
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WEB & DEMOCRAZIA


LA TECNOLOGIA UCCIDERÀ LA DEMOCRAZIA? – IL LIVORE PERPETRATO SUI SOCIAL, LE FAKE NEWS, LA CORSA AL LIKE A TUTTI I COSTI: I LIBRI DI GABRIELE GIACOMINI E GIOVANNI ZICCARDI ANALIZZANO IL RAPPORTO TRA CITTADINANZA, RETE E INFORMAZIONE – COSA RESTERÀ DELLA SFERA PUBBLICA? TRA “PARADOSSO DEL PLURALISMO” E “NEOINTERMEDIAZIONE”, L’IDEALE POLITICO DEMOCRATICO NON POTRÀ MAI ESSERE REALIZZATO IN MANIERA COMPLETA, MA SEMPRE PARZIALE E LIMITATA

Davide D’Alessandro per www.ilfoglio.it

TIM BERNERS LEE TIM BERNERS LEE

Se per Tim Berners-Lee, padre del web, Internet sfocia verso il male (essendosi incattivita rispetto a quella di trent'anni fa), se per Evgeny Morozov, storico della scienza, Internet non è il male ma soltanto lo specchio della nostra crisi (internettiana e soprattutto politica, con masse che si sentono non rappresentate), due libri alimentano cruciali riflessioni sulla potenza della tecnologia, sulle relazioni con la politica e la democrazia.
EVGENY MOROZOV EVGENY MOROZOV

Due libri ben scritti e ben strutturati, mai noiosi (e non è semplice), sempre alla ricerca, dopo l’analisi, di una prospettiva. Due libri che aiutano a comprendere, a farsi un’idea, ma anche a modificare alcuni luoghi comuni tuttora imperanti. Il primo, di Gabriele Giacomini, assegnista di ricerca in Sociologia della comunicazione e della cultura all’Università di Udine, edito da Meltemi, è Potere digitale. Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia.

Gabriele Giacomini - Potere digitale. Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia Gabriele Giacomini - Potere digitale. 
Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia
 
Scrive Michele Sorice nella prefazione: «È un libro che ha la capacità e il coraggio di “osare” anche delle risposte ma che, soprattutto, apre nuove prospettive di studio e di ricerca e forse può persino contribuire a tracciare nuovi percorsi di impegno democratico. Un caso in cui la dimensione della ricerca scientifica, sempre rigorosa e attenta, si coniuga con un’analisi appassionata e teoricamente fondata sulla società e le sue trasformazioni.

Se è vero che Internet – come dice Nadia Urbinati in una delle interviste che arricchiscono il libro – è simile all’invenzione della stampa e genera nuove forme politiche, è sicuramente vero che il rapporto fra la rete e la democrazia è tema quanto mai attuale e delicato».

E sul tema si esercitano, a corredo del volume, oltre alla Urbinati, anche Ilvo Diamanti, Angelo Panebianco, Gianfranco Pasquino, Paolo Mancini e altri. Non interviste di rito, ma contributi rilevanti per definire il quadro, talvolta complicato e angosciante, del web e della democrazia, del potenziale di Internet come nuovo strumento di partecipazione e della democrazia ibrida, né rappresentativa né diretta.

gabriele giacomini 1 gabriele giacomini 
 
Le domande che l’autore pone all'inizio sono le nostre domande: «Da un  lato le nuove tecnologie e la velocità del cambiamento nelle comunicazioni. Dall'altro lato la democrazia, una forma di governo che viene da lontano, con i suoi ritmi e le sue procedure. Al centro alcune domande che intendiamo affrontare in questo lavoro: come Internet modifica la sfera pubblica e il dibattito democratico? Gli intermediari tradizionali, fra cui i partiti e i giornalisti, sono ancora i protagonisti del discorso pubblico?

Oppure a quelli tradizionali si stanno sostituendo nuovi intermediari, inediti centri di potere di cui dobbiamo tenere conto? In che misura Internet e le dinamiche delle piattaforme web entrano in relazione con l’ideale democratico e pluralista? Internet promuove un pluralismo dialogico o rischia di nutrire un “pluralismo polarizzato”? Infine, la democrazia rappresentativa potrebbe essere affiancata da altre modalità di governo? La democrazia rappresentativa dovrebbe essere superata – anche attraverso gli strumenti di comunicazione digitale – oppure è ancora la soluzione migliore ai problemi della comunità politica?».

Tecnologie per il potere - Giovanni Ziccardi Tecnologie per il potere - Giovanni Ziccardi
Il libro risponde con completezza e attraverso un notevole impianto teorico, frutto di una bibliografia molto accurata, passa in rassegna i temi e i problemi del rapporto Internet-democrazia secondo il giudizio degli esperti; analizza la “neointermediazione”, il quarto potere che permane e si rinnova; dà conto del “paradosso del pluralismo”, la sfera pubblica fra confronto polarizzato e confronto dialogico; si occupa della scomposizione della democrazia rappresentativa fra spinte tecnocratiche e pratiche di partecipazione diretta e digitale; affida le considerazioni conclusive sulla democrazia dialogica imperfetta e la sua sfera pubblica online.

GIOVANNI ZICCARDI GIOVANNI ZICCARDI
Chiude Giacomini: «Quello di Internet non è solo uno spazio popolato da dinamiche impulsive e superficiali, oltre che condizionate dalle piattaforme web, frammentate e polarizzate, ma può anche essere il luogo in cui si realizzano quelle dinamiche tipiche di un modello dialogico di democrazia. […]

dipendenza da internet 11 dipendenza da internet 11
Anche le condizioni problematiche che muovono i comportamenti online, quindi, non negano il valore normativo di una democrazia del dialogo ragionato, abitata da decisioni efficaci e consapevoli. Indicano invece che l’ideale politico democratico, come la costruzione e la manutenzione di una cattedrale, non può essere realizzato in maniera completa, pervasiva e perfetta, ma sempre in maniera parziale e limitata. Il processo di concretizzazione dell’ideale resterà aperto e migliorabile senza soluzione di continuità, incessantemente praticabile».

gabriele giacomini 3 gabriele giacomini 3
Il secondo libro, scritto da Giovanni Ziccardi ed edito da Raffaello Cortina, ha per titolo: Tecnologie per il potere. Come usare i social network in politica. Scrive l’autore, professore di Informatica giuridica presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano: «La prima domanda che si pone l’appassionato di politica e di tecnologia è che cosa sia rimasto della politica tradizionale, quali elementi siano ormai stati spazzati via e, soprattutto, che cosa la tecnologia ci porterà di nuovo, tra la moda della blockchain e il sogno di un’intelligenza artificiale.

Di certo si percepisce tutt'attorno un timore diffuso: livelli d’odio, sui social network, molto alti e assai visibili, amplissima circolazione di notizie false (alimentata, tra l’altro, anche dai media nazionali e da profili istituzionali), disinteresse per l’intermediazione e, al contrario, corse frenetiche per ottenere un rapporto (digitale) diretto con il cittadino.

dipendenza da internet 1 dipendenza da internet 1
L’analisi delle tecnologie per il potere e dell’uso dei social network a fini politici è interessante non soltanto per i motivi – e i timori – indicati poco sopra, ma anche in un’ottica di sicurezza. Diventa, infatti, un punto interpretativo – e pratico – essenziale da risolvere il come prepararsi a un ambiente così particolare, il come difendersi dagli attacchi, il come cercare di mutare lo status quo proponendo, e progettando, un uso etico e smart delle tecnologie anche in politica. […]

TIM BERNERS LEE TIM BERNERS LEE
L’uso dei social network in politica deve, oggi, mediare tra due aspetti: da una parte, la consapevolezza della potenza del mezzo (che può stimolare facilmente comportamenti censurabili) e, dall'altra, la necessità di individuare, anche in questo ambiente digitale, le innumerevoli e innovative possibilità di buona politica che le tecnologie oggi possono garantire. Lo scopo di questo saggio è duplice.

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Da un lato, vi è quello di voler tracciare delle linee di ricerca che permettano di affrontare il mondo politico con prospettive innovative, sia analizzando lo stato dell’arte sia proponendo nuovi sviluppi. Ciò può essere di utilità per tutti: politici, candidati, giovani interessati a entrare in questo affascinante mondo, cittadini e studiosi.

Dall'altro, vi è la volontà di redigere, con un approccio spesso (volontariamente) schematico, delle linee guida che permettano di migliorare l’uso pratico di un potentissimo mezzo quale sono oggi i social network, che possono diventare un grande strumento (e ambiente) non solo di efficienza persuasiva e di aggregazione politica ma anche di cultura e di libertà».

gabriele giacomini 2 gabriele giacomini 2
Il libro si addentra nell'uso delle nuove tecnologie in politica, affronta il rapporto tra social network e potere, analizza il governo degli algoritmi riferendo sui big data e la psicopolitica digitale, si preoccupa di definire l’importanza della sicurezza informatica in ambito politico e chiude con il lato oscuro, i falsi profili, la condivisione di notizie false e la distorsione degli equilibri democratici.

IL DECLINO DELL'IMPERO DI FACEBOOK IL DECLINO DELL'IMPERO DI FACEBOOK
Spiega Ziccardi: «I social network sono diventati lo specchio e l’essenza, allo stesso tempo, della politica attuale. Sono il luogo dove risiedono i dati degli elettori che interessano ai partiti – compresi quelli più intimi – e che sono trattati con sofisticati strumenti di analisi. Sono anche il luogo verso il quale i partiti veicolano in primis le loro comunicazioni, l’ambito più importante di qualsiasi altro mezzo di comunicazione oggi esistente.
insulti su facebook insulti su facebook

Questo è il motivo per cui un comportamento responsabile in questo ambiente può incidere direttamente sulla vita stessa, politica e non, dei cittadini. Certo, rinunciare alla possibilità di sollevare attenzione, condivisioni e like giocando facile, attraverso l’odio – alzando i toni e veicolando falsità -, può essere, per molti protagonisti della scena politica, un’opportunità cui è particolarmente difficile resistere. Rispettare le regole anche sui social network diventa, però, oggi sempre più essenziale per la salute dell’intero sistema e, quindi, della nostra democrazia».

gabriele giacomini 4 gabriele giacomini 4
Democrazia non più separabile dalla potenza del digitale. Come farle vivere insieme? I due libri aiutano a rispondere ma non mancheranno tante altre domande e tante altre risposte. Siamo soltanto all'inizio di un lungo e imprevedibile cammino.
TIM BERNERS LEE TIM BERNERS LEE

martedì 26 febbraio 2019

software

L’Unesco propone il software come patrimonio dell’umanità. Una rivoluzione epocale

L’Unesco propone il software come patrimonio dell’umanità. Una rivoluzione epocale

Professore universitario di Informatica
In varia misura, siamo tutti consapevoli di essere nel mezzo di una rivoluzione per l’umanità intera. La società industriale (che tra il XVIII e il XX secolo ha soppiantato la precedente società agricola) si sta trasformando molto velocemente in una società sempre più digitale. Questa rivoluzione, resa possibile dalla tecnologia dei computer digitali e spiegata e alimentata dalle conquiste scientifiche dell’informatica, ha permesso di realizzare per la prima volta nella storia dell’umanità sistemi automatici che – manipolando simboli di cui ignorano il significato secondo istruzioni di cui ignorano il significato – trasformano dati che hanno significato per l’uomo.
La società digitale è quindi pervasa da “macchine cognitive”, che realizzano, cioè, operazioni di natura cognitiva. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, la “rivoluzione informatica”, che ho caratterizzato come la terza “rivoluzione dei rapporti di potere”, perché per la prima volta nella storia dell’umanità funzioni cognitive vengono svolte da macchine. Questa terza rivoluzione “rompe” il potere dell’intelligenza umana, realizzando artefatti che possono meccanicamente replicare azioni cognitive caratteristiche dell’uomo.
L’essenza e il valore di queste macchine della conoscenza non risiedono nel loro supporto fisico (l’hardware) ma nel codice informatico sorgente (il software) che esse eseguono (dopo averlo eventualmente trasformato in forma direttamente eseguibile dall’hardware stesso). Così come non molti secoli dopo l’invenzione della scrittura l’umanità aveva inventato le biblioteche per conservare e tramandare il patrimonio di conoscenza che si era venuto via via accumulando, nel 2015 l’Inria ha avviato il progetto Software Heritage, per il mantenimento del codice informatico sorgente (software source code). L’Unesco si è aggregata nel 2017, insieme ad altri partner industriali e accademici, tra i quali l’università di Bologna.
Si tratta di mantenere anche in questo caso un patrimonio di conoscenza analogo a quello dei libri, ma di natura diversa. Nel libro è infatti conservato e tramandato un potere legato alla conoscenza di natura statica: è necessaria una persona che lo legga e lo trasformi in azione. Il codice informatico sorgente è invece una macchina cognitiva, conoscenza già pronta a entrare in azione (actionable knowledge, in inglese). Non abbiamo più, come nei libri, soltanto una rappresentazione statica di fatti e relazioni, ma un “artefatto cognitivo dinamico”, cioè un processo dinamico e interattivo di elaborazione e di scambio dati tra soggetto e realtà. Si tratta appunto di una rivoluzione di portata epocale, che l’umanità non ha ancora ben compreso.
Ecco appunto il motivo in base al quale un gruppo internazionale di esperti (dei quali mi onoro di far parte) è stato chiamato a Parigi lo scorso novembre da Unesco e Inria e ha elaborato un appello per rafforzare in tutto il mondo azioni miranti a conservare un patrimonio culturale di enorme valore per l’umanità e a renderlo accessibile a tutti.
La diffusione della consapevolezza del ruolo dei sistemi informatici (le macchine cognitive) tra i decisori politici è uno degli elementi fondamentali (il primo e il più importante) affinché questa conservazione diventi obiettivo largamente condiviso da tutte le nazioni. Non è secondario osservare che uno dei motivi per la nascita della grande biblioteca di Alessandria fu esattamente la consapevolezza del ruolo strategico posseduto dalla conoscenza.
Un altro elemento fondamentale dell’appello è l’invito a tutti gli Stati membri a inserire i fondamenti scientifici dell’informatica nell’istruzione di base per tutti i cittadini, e a responsabilizzare tutti sulle conseguenze etiche dell’uso dei sistemi informatici. Si tratta di un elemento indispensabile al buon funzionamento di ogni società democratica, in cui il codice informatico sempre di più interviene nella regolazione e realizzazione di ogni attività umana. Mettendo a disposizione un enorme potere creativo, ma richiedendo anche un’accorta regolamentazione che assicuri quella trasparenza e responsabilità senza le quali nessuna democrazia è degna di questo nome. L’importanza di un’adeguata formazione scientifica nell’informatica sin dalla scuola è un tema sempre più condiviso in tutti i Paesi avanzati.
Le macchine cognitive sono e diventeranno sempre più diffuse e necessarie in ogni settore dell’attività umana, dalla ricerca ai servizi, dalla giustizia all’amministrazione, dalle comunicazioni allo svago. Diffondere la conoscenza scientifica dei loro princìpi di funzionamento e dei loro limiti, la consapevolezza del ruolo che esse svolgono e dell’impatto che hanno su individui e società è indispensabile affinché le condizioni di vita dell’intera umanità possano continuare a migliorare in modo sostenibile.


E' nato prima l'uovo o la gallina?
Secondo il McLuhan la domanda è mal posta, perchè la gallina altro non è che l'hardware che esplora il territorio e passa le informazioni al software che permetterà all'uovo di produrre altre uova e rimanere nell'ambiente...

sabato 23 febbraio 2019

Adorando l’immagine eletttronica



CHRIS HEDGES





Donald Trump, come gran parte del pubblico americano, è affascinato dalle immagini elettroniche. Interpreta la realtà attraverso le distorsioni dei media digitali. Le sue decisioni, opinioni, posizioni politiche, pregiudizi e la percezione del sè gli vengono riflessi dagli schermi. Vede la sua persona e il mondo che lo circonda come un enorme programma televisivo, con se stesso come protagonista. Le sue preoccupazioni principali come presidente sono i suoi indici di gradimento, la sua popolarità e la sua immagine. È una creatura, magari anche l’emblema, della cultura moderna post-letteraria, una cultura su cui critici come Marshall McLuhan, Daniel Boorstin, James W. Carey e Neil Postman ci avevano messo in guardia.

Non si tratta esclusivamente, come alcuni hanno suggerito, del fatto che Trump parla come un ragazzino di prima media o che è regredito ad una cultura orale pre-letteraria. Egli incarna l’incoerenza dell’era digitale moderna, fatta di improvvisi cambiamenti da un soggetto all’altro, una corsa su montagne russe di alti e bassi emotivi, inframmezzati da spot pubblicitari. C’è una continua esposizione agli stimoli. Raramente esiste qualcosa che impegna la nostra attenzione per più di pochi secondi. Niente ha un contesto. Le immagini sovrastano le parole. Siamo perennemente confusi, ma sempre intrattenuti. Ricordiamo a malapena ciò che abbiamo visto o sentito pochi minuti prima. Questo è voluto dalle élite che ci manipolano.

“Non si tratta unicamente del fatto che sullo schermo televisivo l’intrattenimento è la metafora di tutti i discorsi,” sottolinea Postman. “Fuori dallo schermo prevale la stessa metafora.” Gli Americani, proprio perchè la televisione mette in scena il loro mondo, “non parlano più fra di loro, si intrattengono l’un l’altro.”  Trump è ciò che succede quando una società si distacca dalla parola scritta, quando essa spinge l’arte, l’etica, i classici, la filosofia, la storia e le discipline umanistiche ai margini delle università e della cultura, quando i suoi membri passano ore intere seduti immobili di fronte ad uno schermo. Oggi, le informazioni, le idee e l’epistemologia, come scrive Postman, sono fornite dalle immagini elettroniche.
Sarebbe un errore considerare quello che sta succedendo come una regressione culturale. È anche peggio. Le culture orali davano molto valore alla memorizzazione e coltivavano la nobile arte della retorica. Nelle culture orali, leader, drammaturghi e poeti non si rivolgevano al pubblico con la volgare terminologia usata da Trump. Più inquietante del limitato vocabolario del presidente è il fatto che non riesca a mettere insieme frasi di senso compiuto. Questa è una replica non solo dello scadente vocabolario televisivo, ma soprattutto dell’incoerenza della televisione. Trump è in grado di comunicare con decine di milioni di Americani, anch’essi cresciuti di fronte agli schermi, proprio perché anche loro sono stati trasformati, linguisticamente ed intellettualmente, dalle immagini digitali. Hanno perso la capacità di scoprire la menzogna o di pensare razionalmente. Fanno parte della nostra cultura post-fattuale.
Quasi tutti i tweet o i commenti ad alta voce di Trump mettono in luce questa incoerenza. In un’intervista del 31 gennaio al New York Times, quando gli era stato chiesto del macabro omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul, aveva dato questa risposta:

“Si. Khashoggi. Pensavo fosse un crimine terribile. Ma se guardate ad altri paesi, molti altri paesi. Guardate all’Iran, non così lontano dall’Arabia Saudita, e date un’occhiata a quello che stanno facendo lì. Quindi, sapete, questo è proprio il modo in cui mi sento. Anche il Venezuela è in continua evoluzione. Fra tutti e due, sono probabilmente 14 anni che ne sentiamo parlare. E cose terribili stanno accadendo in Venezuela. Quindi, se posso fare qualcosa per aiutare la gente. E’ veramente un aiuto per l’umanità, se possiamo fare qualcosa per aiutare le persone, mi piacerebbe farlo.”
Le immagini elettroniche sono i nostri idoli moderni. Adoriamo il potere e la fama che da esse derivano. Bramiamo diventare celebrità idolatrate. Misuriamo le nostre vite in rapporto alle fantasie che queste immagini diffondono. Se qualcosa non appare su uno schermo o non viene proclamata da uno schermo, la sua autenticità viene messa in discussione. Costruiamo con fervore piattaforme in miniatura di media sociali, su cui aggiorniamo quotidianamente “il film della nostra vita,” confondendo l’auto-presentazione con la comunicazione e l’amicizia autentica. Questo desiderio di validazione da parte delle immagini elettroniche e del loro pubblico ci ha resi un popolo isolato, disinformato, alienato e molto infelice.
“Ora, la morte di Dio unita alla perfezione dell’immagine ci ha portati ad uno stato di aspettativa completamente nuovo,” scrive John Ralston Saul. “Noi siamo l’immagine. Noi siamo attori e spettatori. Non c’è nessun’altra presenza che distragga. E l’immagine ha tutti i poteri della divinità. Uccide a volontà. Uccide senza sforzo. Uccide magnificamente. Dispensa moralità. Giudica all’infinito. L’immagine elettronica è l’uomo come Dio e il rituale coinvolto ci porta non ad una misteriosa Santissima Trinità, ma a ritornare in noi stessi. In mancanza di una chiara comprensione del fatto che ora noi ne siamo l’unica fonte, queste immagini non possono fare a meno di regredire all’espressione della magia e della paura, proprie delle società idolatriche. Ciò, a sua volta, facilita l’uso dell’immagine elettronica come propaganda da parte di chiunque sia in grado di controllarne una parte.”

La fissazione di Trump per le immagini elettroniche sta a significare che lui e milioni di altri Americani adulti, che, secondo un rapporto del 2018 della società Nielsen, passano in media, ogni giorno, quattro ore e 46 minuti davanti alla TV e “più di 11 ore al giorno ascoltando, guardando, leggendo o, in generale, interagendo con i media,”  sono ormai distaccati dal pensiero complesso. Sono stati infantilizzati. La televisione, compresi i telegionali, riduce tutta la realtà ad una semplicità infantile e fumettistica. Le notizie presentate sugli schermi “forniscono immagini degenerate o una pseudo-realtà di stereotipi,” scrive James W. Carey. ” Le notizie riescono ad avvicinarsi alla verità solo quando la realtà è riducibile ad una serie di dati statistici: risultati sportivi, notizie di borsa, nascite, decessi, matrimoni, incidenti, sentenze giudiziarie, elezioni, transazioni economiche come il commercio con l’estero o la bilancia dei pagamenti.” I notiziari, sui nostri schermi, sono ormai incapaci di trasmettere la complessità e le sfumature. Mancano di contesto storico, sociale o culturale. I telegiornali comunicano attraverso cliché  e tropi politico-culturali facilmente assimilabili. Sono sensazionalistici e frammentati. Il ritmo frenetico delle notizie televisive significa che, tranne che per la divulgazione di dati statistici, i programmi possono operare solo sulla base di stereotipi consolidati. I notiziari televisivi sono, in sostanza, distaccati dal reale e irragionevolmente radicati nell’ideologia imperante neoliberista, militarista e suprematista bianca delle élite al potere.
Postman, nel suo libro “Amusing Ourselves to Death” [Divertendoci fino alla morte], scrive che dopo lo sviluppo del telegrafo, “le notizie avevano preso la forma di slogan, per essere notate con entusiasmo e dimenticare subito dopo l’invio [del telegramma].” Sostenendo che questa invenzione del 19° secolo sta alla base della comunicazione dell’era digitale, [Postman] dice, “Il suo linguaggio era anche assolutamente discontinuo. Un messaggio non aveva alcun legame con ciò che lo precedeva o lo seguiva. Ogni ‘titolo’ rappresentava il suo stesso contesto. Era il ricevente della notizia a dovergli attribuire un significato, se era in grado di farlo. Il mittente non ne era obbligato. E, proprio per questo motivo, il mondo descritto dal telegrafo aveva iniziato ad apparire ingestibile, persino indecifrabile. La forma lineare, sequenziale e continua della pagina stampata aveva cominciato lentamente a perdere la sua importanza di metafora sull’acquisizione della conoscenza e sulla comprensione del mondo. ‘Conoscere’ i fatti aveva assunto un nuovo significato, poiché non implicava più la conoscenza di riferimenti, background o connessioni. Il discorso telegrafico non concedeva tempo alle prospettive storiche e non dava priorità alla qualità.”

Coloro che cercano di comunicare al di fuori delle strutture digitali per mettere in discussione o sfidare la narrativa dominante, per affrontare le ambiguità e le sfumature, per avere discussioni radicate su fatti verificabili e su un contesto storico, stanno diventando incomprensibili alla maggior parte della società moderna. Non appena iniziano ad utilizzare un linguaggio non radicato nei cliché e negli stereotipi dominanti, essi non vengono più compresi. Televisione, computer e smartphone hanno assuefatto una generazione e l’hanno condizionata a parlare e a pensare con l’irrazionale, incoerente linguaggio infantile con cui viene nutrita, giorno dopo giorno. Questo analfabetismo culturale, storico, economico e sociale è la delizia delle élites dominanti, che progettano, gestiscono e traggono profitto da questi sofisticati sistemi di controllo sociale. Armati dei nostri dati personali e con la conoscenza delle nostre inclinazioni, abitudini e desideri, ci manipolano abilmente come consumatori e come cittadini, per accelerare l’accumulo di ricchezza e il consolidamento del potere da parte loro.
“Le uniche persone che comprendono la distinzione tra realtà ed apparenza, che capiscono le leggi del comportamento e della società, sono i gruppi dominanti e quelli che eseguono i loro ordini: le élite scientifiche e tecniche che studiano le leggi comportamentali e la funzione della società, cosicché le persone possano essere governate in modo sempre più efficace, seppur inconscio,” scrive Carey in “Communication as Culture: Essays on Media and Society.” [Comunicazione come cultura: saggi su media e società].
Daniel Boorstin in “The Image: A Guide to Pseudo-Reality in America” [L’immagine: una guida alla pseudo-realtà in America] sostiene che il costruito, l’inautentico e il teatrale hanno ormai sostituito la naturalità, la genuinità e la spontaneità. La realtà è diventata tecnica teatrale. Viviamo in un mondo, scrive, “dove la fantasia è più reale della realtà.” Egli avverte:

“Rischiamo di essere i primi nella storia ad essere riusciti a rendere le proprie illusioni così vivide, così persuasive, così ‘realistiche,’  da poterci vivere dentro. Siamo le persone più visionarie sulla Terra. Eppure non osiamo disilluderci, perché le nostre illusioni sono la casa stessa in cui viviamo; sono le nostre notizie, i nostri eroi, la nostra avventura, le nostre forme artistiche, la nostra stessa esperienza.”
Trump è un prodotto di questo decadimento culturale, non un’aberrazione. Il modo in cui parla, agisce e pensa è il modo in cui molti Americani parlano, agiscono e pensano. Un giorno sparirà, ma la degenerazione culturale che lo aveva prodotto rimarrà. Le istituzioni accademiche, che dovrebbero essere depositarie della cultura e dell’istruzione, si stanno trasformando, spesso proprio per i finanziamenti da parte delle multinazionali, in complementi dell’era digitale, espandendo i dipartimenti che si occupano di tecnologia, ingegneria ed informatica (i principali corsi di laurea in università come Princeton ed Harvard) mentre, allo stesso tempo, riducono le discipline che riguardano l’arte, la filosofia, l’etica, la storia e la politica. Questi precetti, radicati nella carta stampata, sono gli unici antidoti alla morte culturale.
Lo storico intellettuale Perry Miller nel suo saggio “The Duty of Mind in a Civilization of Machines” [Il dovere della mente in una civiltà di macchine], ci esorta a costruire contrappesi alla tecnologia della comunicazione per “resistere agli effetti paralizzanti sull’intelletto del nichilismo incombente” che caratterizza la nostra epoca. In breve, più spegneremo i nostri schermi e torneremo al mondo della carta stampata, più ricercheremo il potere trasformativo dell’arte e della cultura, più ristabiliremo relazioni autentiche, condotte di persona piuttosto che attraverso uno schermo, più useremo la conoscenza per comprendere ed inserire il mondo che ci circonda nel suo giusto contesto, più saremo in grado di proteggerci dalla distopia digitale.
Chris Hedges

Fonte: truthdig.com
Link: https://www.truthdig.com/articles/worshipping-the-electronic-image/