domenica 27 ottobre 2019

la commedia sexy

PREMETTO CHE NON HO LETTO QUESTO CATALOGO
E PROBABILMENTE NON LO LEGGERO'
Mi ha solo colpito la settimana televisiva composta da interventi
tutti nella direzione dello sdoganamento della commedia sexy all'italiana con relativi cinepanettoni portata avanti da noti scrittori televisivi che vanno in televisione a promuovere il loro libro che hanno scritto dopo essere diventati famosi in televisione ( altri autori, nisba).
Riporto un articolo del Venerdì di Repubblica che sdogana come processo culturale il diffondersi delle commedie sconce:
Possiamo infatti considerare (ecco la tesi) le commedie sexy come "varianti" (non certo copie, giammai sequel) di uno dei quattro film campioni di incasso nelle sale tra il 1970 e il 1974: il Decameron, con l' intera Trilogia della vita, di Pier Paolo Pasolini (da cui i "decamerotici"), Malizia e Peccato veniale di Salvatore Samperi (da cui cameriere, nipotine, erotismo siculo, buchi della serratura ecc.), Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci e Amarcord di Fellini...
Mah, non saprei. Io penso che se invece di andare a vedere questi filmetti ci fossimo seduti a leggere un buon libro, forse l'Italia non sarebbe conciata in questo modo.
Da parte mia mi accorsi che qualcosa non andava quando "liberammo" l'Afghanistan portandogli là la Democrazia anche bombardandogliela. Quando finalmente arrivammo a Kabul, gli americani aprirono un McDonalds, i tedeschi una barberia per tagliargli la barba e il nostro centro culturale, restaurò il cinematografo dove per mesi proiettammo LA LICEALE CON GLORIA GUIDA...
 Forse abbiamo sbagliato qualcosa...
 

''PER CHI VOLEVA DI PIÙ C'ERA L'HARD'' - IL ''DIZIONARIO STRACULT DELLA COMMEDIA SEXY DI GIUSTI'': ''MALIZIA'' DI SAMPERI, INVITATO AL FESTIVAL DI BERLINO, CON LAURA ANTONELLI, FU MODELLO PER DECINE E DECINE DI CAMERIERE, COGNATINE, VEDOVE, NIPOTINE CHE ANDRANNO AVANTI PER UN DECENNIO (E NON SONO MAI PASSATE DI MODA, NEMMENO SU YOUPORN) - QUELLI CHE VENIVANO CHIAMATI ''FILMACCI'' ANDAVANO RECENSITI, PERCHé VANNO NEI QUARTIERI E INFLUENZANO I COMPORTAMENTI DI MASSA IN UNA PRECISA DIREZIONE IDEOLOGICA
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Cominciamo dalla fine. «Ricordo perfettamente il lancio che Carlo Freccero, allora responsabile dei film di Canale 5, fece delle commedie sexy con Edwige Fenech e Gloria Guida» scrive Marco Giusti in fondo alla chilometrica introduzione al suo Dizionario Stracult della Commedia Sexy (Bloodbuster, pp. 528, euro 35). Erano i primi anni Ottanta, età dell' oro della nostra televisione. Continua Giusti: «Non era facile accettare che, di tutta la grande esperienza rivoluzionaria e liberatoria del cinema erotico italiano degli anni Sessanta, quello che rimaneva erano la poliziotte e le liceali della Medusa nelle reti berlusconiane».

marco giusti dizionario stracult della commedia sexy marco giusti dizionario stracult della commedia sexy
 
Conosco Marco dai tempi di Blob, andato in onda una decina d' anni dopo, e penso di sapere che l'«esperienza liberatoria e rivoluzionaria» di film come - cito a caso sfogliando il dizionario - La bella Antonia, prima monica e poi dimonia, La dottoressa del distretto militare, La signora gioca bene a scopa? non è una simpatica boutade da critico stracult.

Ed è sincera la delusione per l' imbellettamento televisivo del genere più scorretto e sottoproletario di tutti - commediacce che alla fine si vedevano solo nelle sale di provincia e nei pipparoli palinsesti notturni delle private. La citazione di Freccero, attuale direttore di Rai2, come quelle - nel libro - di Goffredo Fofi e Mereghetti, degli scomparsi Alberto Farassino e Giovanni Buttafava (il critico dell' Espresso, indimenticato maestro stracultista di Marco), rivangano schermaglie tra vecchi cinefili, quando i social e tante altre cose erano di là da venire.

laura antonelli in malizia laura antonelli in malizia
 
Ok Buzzanca e Lino Banfi, ok la Fenech e Gloria Guida, il trash e il revival. Ma la tesi rivoluzionaria del Dizionario è un' altra. Scrive Giusti: la commedia sexy e in generale «la via al cinema erotico in Italia è stata una rivoluzione artistica e politica, dal momento che ad aprire la strada è stata la prima linea del cinema più impegnato e artistico, diciamo la nostra nouvelle vague».

 Possiamo infatti considerare (ecco la tesi) le commedie sexy come "varianti" (non certo copie, giammai sequel) di uno dei quattro film campioni di incasso nelle sale tra il 1970 e il 1974: il Decameron, con l' intera Trilogia della vita, di Pier Paolo Pasolini (da cui i "decamerotici"), Malizia e Peccato veniale di Salvatore Samperi (da cui cameriere, nipotine, erotismo siculo, buchi della serratura ecc.), Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci e Amarcord di Fellini (fondamentale per la tabaccaia e le successive commedie "scolastiche", dal momento che lì nasce il personaggio di Alvaro Vitali).

Giusti cava dall' archivio Stracult la testimonianza di Gabriele Crisanti, produttore del Decameron n. 2 di Mino Guerrini: «Arrivammo alla De Paolis e vedemmo che stavano girando il Decameron di Pasolini. Chiamai subito uno sceneggiatore. Punto di forza dei decameroni era il dialetto.
COMMEDIA SEXY ALL ITALIANA COMMEDIA SEXY ALL ITALIANA

Non servivano più gli attori ma i caratteristi () Chiamammo il fioraio della De Paolis. La sceneggiatura fu scritta man mano che si girava». Furono prodotti 31 film decamerotici nel 1972, 13 nel 1973. Possiamo ridere di gusto ancor oggi alla lettura dei titoli (vecchio espediente comico): Decameron Proibito,Decameron Proibitissimo(Boccaccio mio statte zitto), Decameroticus, Fra' Tazio da Velletri, I racconti di Viterbury, Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno, E si salvò solo l' Aretino Pietro, con una mano davanti e l' altra dietro...

Benissimo anche il folklore del cinema di serie b, dai produttori all' ultima comparsa. Il succo del discorso è però un altro: «Persino nei decameroni più sciatti e modesti si sente qualcosa della libertà di messa in scena del sesso e dell' esibizione dei corpi nudi perfettamente riconducibili a Pasolini» scrive Giusti con sincera passione. «Lo notai allora da spettatore, e l' ho notato anche nelle visioni recenti».

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Primo corollario stracult: i film vanno visti. Tutti. Posso testimoniare che molte delle parole che Marco usa nelle sue schede sono le stesse che appuntava all' epoca della visione in sala su certi suoi quadernetti. Sua la raccolta - riprodotta in piccola parte nel Dizionario - di flani, le matrici di stampa delle "frasi di lancio" che uscivano sui quotidiani nelle pagine dei cinema. Vecchia fissa. Frase di lancio del Decameron Proibitissimo: «S' è già sparsa la voce: è il più comico e il più audace!». Il ricordo di certi turbamenti privati aggiunge una svagata dimensione letteraria al tutto: «Ricordo un trailer di Le conseguenze di Sergio Capogna con Marisa Solinas che turbava le mie visioni estive tra un film western e uno di Franco e Ciccio, mettendomi in testa un' idea di sesso come malattia e tragedia».

Secondo corollario stracult: maggiore è l' apparente disvalore dell' oggetto, più appuntito e ossessivo dev' essere il dibattito critico. Giusti su Grazie zia di Salvatore Samperi (1968): «Già allora lo leggemmo come una specie di film alla Bellocchio in salsa erotico-politica». Seguirono gli altri titoli del filone: Peccato veniale e, soprattutto, Malizia, invitato al Festival di Berlino, con Laura Antonelli, modello per decine e decine di cameriere, cognatine, vedove, nipotine che andranno avanti per un decennio (e non sono mai passate di moda, nemmeno su YouPorn). Oreste del Buono, pazzo dell' Antonelli: «Il film dovrebbe portare come sottotitolo "il disgusto indiscreto della borghesia"». Buttafava: «Sesso italico, voyeurismo endemico e piccole porcherie esplosive fissati in un catalogo da variare all' infinito».
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Due cose si possono appuntare invece su Ultimo tango a Parigi, massimo incasso italiano di tutti i tempi.
Uno: l' incredibile follia della censura che toccò tutti i film erotici del tempo col sequestro (temporaneo) da parte di pretori di provincia, per lo più del Sud (Bari, Catanzaro, Sulmona), paradosso o no quasi gli stessi ambienti in cui film erano girati e visti. Spiega Giusti: «La censura diventa, nel bene e nel male, parte attivissima del sistema cinematografico. Può rovinare per sempre un film, ma anche farne un fenomeno talmente grande da portarlo a un successo inaspettato». Due: la questione critica aperta da Ultimo Tango a Zagarol di Nando Cicero, grande totem stracultista, ponte tra il cinema erotico e la commedia sexy. Giusti, ancora turbato: «In qualche modo questo nel ricordo di allora ci apparve però una rivelazione che contraddiceva il naturale collegamento tra i generi».

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Marco ha scritto dizionari sul western, gli spy-movie, i caroselli. Ora la commedia sexy. Affezionato a una forma ormai ingombrante che guarda (e sfida, in una specie di parodia) i dizionari "seri". Ha intervistato decine di registi, produttori e caratteristi del cinemaccio italiano prima che tirassero le cuoia, ha curato due rassegne "epocali" a Venezia sui generi western e comico (proiettò W la foca e qualcuno se ne adontò). Quando usa il plurale evoca comunità cinefile, collettivi e riviste che non ci sono più: i critici di Nocturno e Amarcord, i milanesi di Bloodbuster, che gli hanno stampato il volumone. Anni Ottanta-Novanta, i tarantinati. Cerca interlocutori nelle generazioni dei blogger e dei twittaroli. Dove sono i nuovi "ragazzi terribili"? Dove il buongusto da sfidare?
Questa ricerca è la forza e il limite di tutta la critica stracult.

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I «filmacci di terza visione» si leggeva in un pezzo di Re Nudo del 1976, sempre ripescato da Giusti e inserito tra i materiali dell' introduzione, «sono questi i film che bisogna recensire, perché sono i film che vanno nei quartieri, che influenzano indubbiamente comportamenti di massa in una precisa direzione ideologica». Intanto, stesso anno, i compagni dei circoli giovanili di Milano, «Prima visione, facciamo l' autoriduzione!». E qualche anno prima, 1973, Pasolini, intervenendo a un convegno parla della sua Trilogia della vita, ma si allunga in una cupezza inattesa: «L' ansia di conformismo ha trasformato i giovani in miseri erotomani nevrotici».

È proprio vero? Ce lo chiediamo da quarant' anni, di Pasolini e delle sue "profezie". Se qualcosa manca da questo enciclopedico sguardo sulla commedia sexy, forse è proprio una storia del pubblico: i giovani, i vecchi, la città, la provincia. Solo maschi? «La commedia sexy è parolaccia, sbirciatina, scappatella» scrive in un esergo Alberto Farassino, critico gentile e coltissimo di Repubblica negli anni Ottanta.

COMMEDIA SEXY ALL ITALIANA COMMEDIA SEXY ALL ITALIANA
È «grammatica della reticenza». Che effetto ebbero sul finire degli anni Settanta, il femminismo, la politica, i generali cambiamenti della società italiana sulle fortune di un genere (e di una macchina narrativa) inevitabilmente adulto, cialtrone e d' altri tempi, ma soprattutto così inutilmente "reticente"? Che effetto ha avuto su tutti noi la trasformazione di quella stessa macchina nell' immaginario televisivo del passato ventennio berlusconiano? «A colori e gratis. Prezzo imbattibile. Per chi voleva di più c' era l' hard».

AMARCORD - FEDERICO FELLINI AMARCORD - FEDERICO FELLINI AMARCORD - FEDERICO FELLINI AMARCORD - FEDERICO FELLINI


domenica 20 ottobre 2019

LA "BESTIA"

Matteo Salvini e «La Bestia»: come catturare 4 milioni di fan sui social

«Il nome della Bestia l’ho copiato dalla campagna elettorale di Barack Obama («The Beast» era proprio la struttura creata, con un peso schiacciante di internet, per arrivare alla Casa Bianca)». Le similitudini però si fermano giusto al nome. Pochi giorni fa il 46 enne Luca Morisi, il noto consulente d’immagine di Matteo Salvini, lascia il bunker di Mantova da dove produce l’epica del Capitano, per una lezione a Torino a 50 giovani aspiranti spin doctor (organizzata da YouTrend). I documenti presentati in quell’occasione permettono a Dataroom di ricostruire il funzionamento della potente macchina social che dal 2014 sta dietro l’ascesa del leader della Lega, oggi il politico con più consenso in Italia (sabato a Roma in piazza San Giovanni c’erano oltre 100 mila partecipanti).
A far funzionare la Bestia ci sono 35 esperti digitali che coprono la vita pubblica e privata di Salvini 24 ore al giorno, festività incluse. Il vincolo è quello della riservatezza assoluta.
I numeri record
Durante i cinque mesi di campagna elettorale per le Europee del 26 maggio, su Facebook, definito l’ammiraglia del Capitano: 17 post al giorno; 60,8 milioni di interazioni (che vuol dire like, commenti, condivisioni); 40 milioni di like e oltre 5 milioni di ore di video visualizzati. Risultato delle elezioni: Lega primo partito con il 34%. Da giugno i ritmi sono un po’ più lenti ma continua a crescere: i like sui post hanno raggiunto i 52 milioni, 11,5 milioni le condivisioni. Oggi i fan su Facebook sono oltre 3,8 milioni, su Instagram 1,8, su Twitter 1,2.
È una corazzata senza pari in Italia che dal buongiorno con pane e Nutella, alle castagne in padella per la figlia, fino alla domenica sera da Barbara d’Urso, macina ininterrottamente. In rapporto alla popolazione, «La Bestia» performa meglio delle macchine social del presidente del Brasile Jair Bolsonaro, dell’americano Donald Trump e del primo ministro indiano Narendra Modi.
Il gioco degli specchi
I meccanismi per aumentare i fan sui social sono sfruttati in tutto il loro potenziale, a partire dal T-R-T: una sigla che sta per televisione, rete, territorio. Si tratta di un gioco di specchi per mettere continuamente in comunicazione i tre ambiti: l’attesa dell’intervista tv viene trainata da ripetuti annunci su Facebook, durante la trasmissione si estrapolano e commentano in tempo reale fermi immagine e tweet live con i messaggi chiave da diffondere. Subito dopo vengono postati gli interventi tv (nel caso di Renzi rimontato ad hoc) con l’invito ai fan a esprimere il loro parere. Questo meccanismo trascina gli utenti social sulle reti tv (e viceversa) e contribuisce ad aumentarne l’audience. Salvini è il politico più invitato, e la parola d’ordine è: spolpare ogni evento fino all’osso. Lo stesso sistema vale per i comizi. Poi, siccome è proprio la velocità dei like che contribuisce a fare impennare l’algoritmo di Facebook e dunque ad ampliare la platea di chi vede il post, ecco sotto elezioni il gioco «Vinci Salvini»: chi per primo mette «Mi piace» entra in una graduatoria che alla fine farà guadagnare ai primi classificati una telefonata o un caffè con il leader.
Come «La bestia» arriva alla pancia degli elettori
Per raccogliere fan è cruciale la scelta dei messaggi: più toccano temi divisivi e più generano partecipazione (come le campagne contro gli immigrati #finitalapacchia, #prima gli italiani e #portichiusi); funzionano gli slogan motivazionali («la Lega continua a volare»), gli attacchi ai rivali politici («Sono ministri o comici?»), le immagini di vita privata («Mano nella mano» come commento a un post con la figlia), il coinvolgimento degli utenti («Siete pronti?»). Lo staff utilizza anche il software che individua l’argomento del giorno più discusso in rete, e consente di adeguare i messaggi da lanciare. Dal tortellino al pollo, fino a Mahmood. A caldo si era schierato contro la vittoria del cantante, salvo poi fare marcia indietro e lodarlo. Un ruolo strategico è affidato ai sondaggi. Il 17 dicembre 2017 la Lega commissiona a Swg di testare la percezione degli elettori su una possibile minaccia dei Naziskin: il 67% degli elettori del Carroccio non li ritengono pericolosi (al contrario di chi vota per altri partiti). Da allora Salvini può tranquillamente spendersi a favore di CasaPound. Il documento, mai reso pubblico, lo ha scovato Report, che approfondirà questa sera su Rai 3.
La propagazione del messaggio
La diffusione del messaggio del Capitano è capillare grazie ai ripetitori digitali: almeno 800/1000 fedelissimi ricevono il link dei post su una chat WhatsApp e immediatamente lo condividono sulla propria pagina Facebook e lo rilanciano in altre chat. Contemporaneamente i canali fiancheggiatori inseriscono lo stesso contenuto su più pagine pubbliche. Vietati invece i commenti con #49 miliioni, #Siri o qualunque parola evochi uno scaldalo in cui è coinvolta la Lega. «L’esercito va nutrito e motivato», è il Morisi-pensiero: affinché tutti si sentano protagonisti, per la manifestazione di Roma del 19 ottobre sono stati creati cartelloni automatizzati con la propria foto di fianco a Salvini.
Profilatura dei fan
I fan vengono profilati, al fine di inviare messaggi mirati. L’ultimo esempio è proprio legato al raduno di piazza San Giovanni dove Salvini lancia l’invito: «Mandate i vostri dati personali a legaonline.it e riceverete le informazioni richieste per i pullman e i treni diretti alla manifestazione di Roma». I 137.000 euro spesi da marzo a oggi in pubblicità su Facebook, vengono utilizzati soprattutto per geolocalizzare il messaggio e scegliere il target: inviare per esempio perfino ai tredicenni il post contro il governo che pensa di tassare le merendine, oppure raggiungere il più alto numero di elettori dell’Umbria in vista delle elezioni del 27 ottobre. Un’onda d’urto che, sfruttando l’abilità del leader leghista, ha fatto leva su tutte le debolezze del paese. Alla fine probabilmente un buon 90% di quei 3,8 milioni di fan vota Salvini, ma da tutta questa attività social intrisa di slogan e provocazioni è difficile capire quale sia il progetto politico.
Le spese e chi le paga
«La Bestia» ha anche un costo e qualcuno lo pagherà. Luca Morisi e il socio Andrea Paganella, fatturano tramite la SistemaIntranet, una società in nome collettivo (snc) che non ha l’obbligo di depositare i bilanci. Durante i 14 mesi di Salvini ministro dell’Interno entrambi hanno avuto un contratto con il Viminale: 65 mila euro per Morisi, 86 mila per Paganella. Pagati anche altri 4 contratti del team social: 41.600 euro ciascuno. A gestire i soldi del partito è invece la Lega per Salvini premier. Due milioni di euro sono arrivati da 187 mila contribuenti che nel 2018 hanno donato il loro 2x1000.
Per il 2019 è previsto «un robusto incremento» delle entrate, poiché in cassa sta confluendo 1/3 dello stipendio di ogni eletto del Carroccio. Nel bilancio la principale voce di costo, è genericamente indicata come «servizi»: 623 mila euro.
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mercoledì 2 ottobre 2019

FAKE NEWS WAR

Anno 2014... articolo ancora attualissimo.
● «LA PRODUZIONE DEI FALSI, PER LEGITTIMARE MEDIATICAMENTE LE GUERRE CONTEMPORANEE, È DIVENTATA "SERIALE"»
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● «STRAGI INVENTATE, PER PREPARARE A QUELLE VERE»
[Provateci ancora "zio Sam, zio Aaron e zia Betty" (UK-USrael)]

http://www.libreidee.org/…/strage-inventata-certo-per-prep…/
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Il set di un film dell’ orrore, per colpire l’ opinione pubblica e legittimare la deposizione del tiranno. Accadde in Romania nel fatidico 1989, quando a Timisoara furono rastrellati negli obitori i corpi di persone appena decedute. Vennero martoriati e feriti per simulare le torture, in realtà mai subite. Il tutto, a beneficio delle telecamere. Per Rosanna Spadini, quel precedente dimostra un passaggio d’ epoca: «La società dello spettacolo diventa schiava di se stessa», e lo spettacolo «viene trasformato in strumento di disperazione e di morte». Si rompe un patto millenario con gli spettatori, fondato sulla promozione culturale della società. Resta solo la scenografia teatrale, ed è «un teatro che rinnega se stesso, un teatro che uccide», ora anche sul palcoscenico della navigazione web, che proietta l’ individuo «in un altrove extraterritoriale, slegato dallo spazio fisico del suo corpo e dal tempo della sua coscienza». Notizie sensazionali, immagini devastanti. Ma c’ è il trucco: è tutto falso. Spadini la chiama «arte dalla meraviglia multimediale dei visual network». Da allora, la messinscena servirà a dare legittimità mediatica a tutte le guerre contemporanee.

Per il filosofo Giorgio Agamben, la vicenda falsa strage di Timisoara segna il superamento di una soglia fatale: la “seconda vita” di quei cadaveri venne allestita «per la prima volta nella storia dell’ umanità». Di fatto, «ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la "verità vera" sugli schermi televisivi, era l’ assoluta non-verità». E benché la falsificazione fosse a tratti evidente, «era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media». Il vero ? Poteva essere solo una variante del falso, un “momento necessario” alla generazione finale della menzogna. «Così, verità e falsità diventavano indiscernibili e lo spettacolo si legittimava unicamente mediante lo spettacolo». Per Agamben, «Timisoara è, in questo senso, l’ Auschwitz della società dello spettacolo: e come è stato detto che, dopo Auschwitz, è impossibile scrivere e pensare come prima, così, dopo Timisoara, non sarà più possibile guardare uno schermo televisivo nello stesso modo». Nei mesi successi la verità fu accertata: quello di Timisora era stato un “falso giornalistico”. Ma nel frattempo i media (e il telespettatori) erano già passati oltre, ipnotizzati da altre notizie: come il crollo dell’ URSS e la Guerra del Golfo.
La guerra moderna, proposta come “sola igiene” del mondo, viene anticipata da eventi traumatici sapientemente orchestrati dal regime e funzionali agli step successivi. Stesso schema: attraverso il terrorismo mediatico, il falso giornalistico suscita l’ indignazione della gente, quindi l’ attacco aereo e il massacro dei civili, scrive Spadini su “Come Don Chisciotte”. Così è avvenuto anche nel 1991 durante la prima Guerra del Golfo, sostenuta anch’ essa dalle solite denunce false: un’ agenzia pubblicitaria denunciava il fatto che i soldati iracheni «tagliavano le orecchie» ai kuwaitiani che resistevano, poi che gli invasori avevano fatto irruzione in un ospedale «rimuovendo 312 neonati dalle loro incubatrici e lasciandoli morire sul freddo pavimento dell’ ospedale di Kuwait City». Menzogne utilissime: «Il linguaggio dell’ immagine diventa il luogo politico per eccellenza», un luogo «oggetto �di una manipolazione senza precedenti». Video-teatro, notizie-spettacolo: prima ancora che morte fisica, la guerra rappresenta la morte ontologica del teatro, così com’ era stato inteso nei millenni. Delitto perfetto: «Il teatro muore nel momento in cui uccide la realtà».
Nel 1991, continua Rosanna Spadini, «gli psicopatici della CIA organizzarono una “psy-war” (psychological warfare) per demonizzare Saddam Hussein agli occhi del suo stesso popolo e facilitare così l’ attacco». In concreto, «avrebbero dovuto diffondere in Iraq un video in cui veniva mostrato il dittatore iracheno mentre faceva sesso con un ragazzo, naturalmente ripreso da una telecamera nascosta, come se si trattasse di una registrazione clandestina». Il video venne effettivamente girato, «con un sosia di Saddam e alcuni agenti della CIA camuffati da arabi». Poi però il progetto venne bloccato, di fronte ad altre strategie di “false flag”. Fu mobilitata anche la radio: “Voice of America” «tentò di minare il morale dei soldati iracheni dando notizia di un avvelenamento dell’ acqua dei pozzi del deserto». Via libera, dai network main-stream, alle notizie false: 250.000 soldati iracheni in Kuwait con 1.500 carri armati, che però i satelliti sovietici non videro mai, mentre il fantomatico “governo kuwaitiano in esilio” si affidava al marketing della “Hill & Knowlton”, che cominciò a demonizzare Saddam accostandolo a Hitler. Culmine del falso: la testimonianza (inventata) di una ragazza kuwaitiana, pronta a giurare che i malvagi soldati iracheni «staccavano la corrente elettrica alle incubatrici degli ospedali di Kuwait City, per far morire i neonati». La ragazza ? «Era in realtà la figlia dell’ ambasciatore kuwaitiano all’ Onu e aveva recitato un copione preparato dalla “Hill & Knowlton”».
In questo senso, osserva Spadini, «quella del Golfo è stata la prima guerra televisiva, perché ha sfruttato pienamente le possibilità del mezzo televisivo di essere sul campo, confezionare e vendere la guerra». In Vietnam, invece, «politici e militari non avevano capito come il nuovo media avrebbe potuto controllare il messaggio e distruggere un nemico appartenente al terzo mondo, e perciò senza voce». Da allora, «la leadership politica sembra avere appreso la lezione». Lo show, prima di tutto: «L’ atto finale della Guerra del Golfo trasmesso dalla televisione è la calata dei soldati americani da un elicottero per riconquistare l’ ambasciata di Kuwait City». Peccato che la capitale fosse già libera da due giorni. I giornalisti ? Niente paura, tutti “embedded”. Erano stati obbligati ad accreditarsi al JIB, “Joint Information Bureau”, impegnandosi a «rispettare determinate condizioni, pena il ritiro dell’ accredito». Esempio: proibito andare al fronte senza una scorta militare, vietato fotografare o filmare morti e feriti, impossibile dare informazioni su armamenti, equipaggiamento, spostamenti e consistenza numerica delle unità, alleate e nemiche. Vietato descrivere nei particolari le operazioni, nominare le basi di partenza delle missioni, intervistare i militari senza il preventivo permesso ufficiale.
«Questo controllo quasi totale della censura militare è amplificato dalla nuova natura della guerra, guerra aerea, condotta con aerei e droni, che esclude la presenza fisica del giornalista», continua Rosanna Spadini. La Guerra del Golfo è stata quindi completamente oscurata. E il flusso del main-stream, per 24 ore su 24, è stato riempito con informazioni depistanti, analisi, commenti e immagini della guerra aerea, computerizzate o riprese da cineoperatori militari. Riuscirono anche a inquadrare un cormorano invischiato nel petrolio: poi, gli ornitologi dimostrarono che in quel periodo dell’ anno non ci sono cormorani in Iraq. Da allora fino ai giorni nostri, la produzione di “false flag” è diventata seriale, in uno scenario da vigilia della Terza Guerra Mondiale. «Prima il “reality show” avvenuto a Kiev nel febbraio 2014 di cui si attribuiva la responsabilità ad un "sano desiderio di rivoluzione europeista”, poi il Boeing MH17 abbattuto si diceva dai separatisti, poi l’ invasione delle truppe russe in territorio ucraino, invasione mai avvenuta». Peggio: un “avvoltoio in carriera” come il senatore John McCain (ndr: che muoia presto, e male, il pezzo demmerda) ha avuto il coraggio di dire, a Cernobbio, che l’ Ucraina ha accettato la tregua coi separatisti solo perché Obama non se l’ è sentita di opporsi all’ invasione di Mosca.
Non una parola, ovviamente, sulle milizie neonaziste allevate dagli USA come manovalanza del golpe di Kiev, né sulle basi missilistiche che stanno assediando la Russia, per non parlare delle sanzioni commerciali contro Mosca, un autentico suicidio per l’ export europeo alla vigilia di un inverno (ndr: "che minaccia di essere") senza più gas. L’ unica novità riguarda proprio Putin, che si stra attrezzando per «fronteggiare l’ egemonia mediatica del mondo occidentale», cioè il monopolio anglo-sassone. Per questo, il capo del Cremlino «sta investendo somme notevoli di denaro nei media russi», come “RT”, già “Russia Today”, e la news-agency “Ruptly”. Lanciata nel 2005, “RT” è attualmente disponibile in inglese, spagnolo e arabo, e fa concorrenza a colossi come “CNN” e “BBC”, nonostante gli ostacoli eretti dal governo USA contro la diffusione del canale russo sul territorio nord-americano. «Siamo nel bel mezzo di una guerra di propaganda mediatica spietata: “RT” è diventata uno strumento assolutamente necessario per la Russia, ai fini di gestione della politica estera, e il Cremlino sta sfidando gli USA con una "guerra di propaganda" di alta qualità, che continuamente smentisce il flusso di notizie yankee a senso unico».
I dati di ascolto danno ragione a “RT”, proposta anche in italiano dalla web-tv “Pandora.Tv”: a nove anni dal suo lancio, la televisione di Mosca ha superato persino la “CNN”, quanto a visualizzazioni su “YouTube”. Con quasi 1,2 miliardi di “vedute”, la “BBC” è l’ unico mezzo di comunicazione prima di “RT”, che in Gran Bretagna ha più spettatori rispetto al livello europeo di notizie “Euronews” e in alcune grandi città degli Stati Uniti è il canale straniero più seguito. Secondo Peter Pomerantsev, produttore televisivo e saggista, Putin sta reinventando la guerra del XXI secolo, e la propaganda viene utilizzata come arma principale, nella “guerra non lineare” che si va sviluppando a livello mondiale, tra milizie e superpotenze, in uno scontro sempre più irregolare e asimmetrico nel quale si cimenta ormai perfino l’ ISIS, i cui video terrificanti –la decapitazione di giornalisti occidentali– dimostra «grande competenza tecnologica», ben maggiore di quella di Al-Qaeda.
Nel suo sapiente utilizzo di mezzi di comunicazione diversi, l’ ISIS ha utilizzato anche servizi come “JustPaste” per pubblicare riassunti di battaglia, “SoundCloud” per rilasciare report audio, “Instagram” per condividere immagini e “WhatsApp” per diffondere grafiche e video. Significativa anche la pubblicazione di un flusso costante di storie dell’ orrore su “Facebook” e “Twitter”, utilizzando l’ hashtag #"ThinkAgainTurnAway". «L’ insurrezione ribelle ha attentamente costruito una narrazione che giustifica la propria lotta contro le divisioni nazionali dei confini mediorientali tracciate dalle potenze occidentali», conclude Rosanna Spadini. «Dunque, nella “War of the Worlds” del terzo millennio, è stata realizzata sotto i nostri occhi la perfetta “eutanasia del reale”». Secondo quanto diceva Jean Baudrillard, «l’ immagine fantasmagorica e multimediale, riprodotta milioni di volte, su milioni di teleschermi accesi 24 ore su 24, ha ucciso la realtà globalizzata, compiendo così “Il delitto perfetto”».
http://www.libreidee.org/…/strage-inventata-certo-per-prep…/
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IMMAGINE:
● «"Quarto Potere": i pennivendoli (corrupted journalists)»
Mohammad Ali Khalaji (Iran) - 9 giu 2009

L' "informazione-mignotta" anticipa sempre e conduce i bombardieri veri... Il ruolo infame dei mass media nel guidare e giustificare le guerre.
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«La manipolazione delle informazioni è una continuazione della guerra con altri mezzi.» (parafrasi su Karl von Clausewitz)

- «The manipulation of information is a continuation of war by other means.»
- «La manipulation de l'information est une continuation de la guerre par d'autres moyens.»
- «La manipulación de la información es una continuación de la guerra por otros medios.»
- «A manipulação da informação é uma continuação da guerra por outros meios.»

mercoledì 7 agosto 2019

porno subito

A COSA SI DEVE LA RIVOLUZIONE FRANCESE? AL PORNO! - LA TEORIA DELLO STUDIOSO ROBERT DARNTON NEL SUO SAGGIO “LIBRI PROIBITI”: FU LA VASTA PRODUZIONE DI ROMANZI GALANTI E POI EROTICI E PORNOGRAFICI A SCARDINARE L’ORDINE MORALE CONSOLIDATO DA SECOLI, LASCIANDO SPAZIO ALLA SATIRA CHE FUSTIGAVA PUBBLICAMENTE COSTUMI E SCANDALI DI CORTE…
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ROBERT DARNTON - LIBRI PROIBITI ROBERT DARNTON - LIBRI PROIBITI

La copertina a guardarla bene è accattivante e allusiva, il titolo è esplicito - Libri proibiti (Il Saggiatore) - ma la vera notizia è nel sottotitolo: Pornografia, satira e utopia all' origine della Rivoluzione francese. Autore del saggio Robert Darnton, uno dei maggiori studiosi del Settecento francese; il quale, a capo di una ventennale ricerca, cerca di mettere in chiaro se e quali influenze intellettuali abbiano promosso o favorito il travolgente movimento sfociato, il 14 luglio 1789, nell' assalto alla Bastiglia - ormai quasi vuota, per la cronaca.
rousseau rousseau

Una consolidata tesi storica interpreta la Rivoluzione come una proiezione politica delle idee filosofiche di Rousseau. In realtà non sapremo mai quale somma di circostanze e mutamenti provocò gli eventi che contribuirono a cambiare la storia del mondo. Sicuramente vi ebbe parte anche la circolazione dei libri. Quali libri però? La tesi di Darnton è che più dei testi propriamente filosofici o politici agì la letteratura di (relativamente) largo consumo.

La vastissima produzione dei racconti e romanzi galanti, poi erotici, poi scopertamente pornografici, che scardinarono un ordine morale consolidato da secoli. Contribuì l'esercizio della satira che fustigava costumi e scandali della corte e del potere mettendoli in ridicolo. Contribuirono infine quei testi visionari che disegnavano una società ideale priva d'ingiustizie.

RIVOLUZIONE FRANCESE RIVOLUZIONE FRANCESE
Questo il terreno di ricerca sul quale l'autore s'è esercitato senza escludere le comunicazioni più popolari: «Petizioni, proteste, scritte murali, canzoni, stampe, battute», perfino l' ininterrotto brusio dei pettegolezzi. Tutto questo contribuì a formare una "pubblica opinione" sufficiente a trasformarsi in un impetuoso moto politico. Tra i pregi del volume una piccola e significativa antologia di testi (per esempio: Gli aneddoti su Madame du Barry) che mostrano con quali sottili veleni venne prima compromesso poi tolto di mezzo l'Ancien Régime.

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mercoledì 26 giugno 2019

DARSHAN







 

IL VOLTO DELLA FOLLA

di Michela Nacci


Accidenti che occasione persa!!

Parlo di me, naturalmente, che ho passato la vita ad occuparmi di psicologia delle masse, di comunicazione, tenendo corsi, andando a cercare testi, leggerli, tradurli, metterli on line, diffonderli, che a saperlo avrei potuto investire il mio tempo sui campi di tennis per migliorare il mio rovescio e poi, dopo una quarantina d'anni finalmente trovare il bigino di questa esimia professoressa (22 Euro per un bigino, un po' caro per la verità) con l'elenco delle sue preziose letture e conseguente lezione di scienza delle comunicaione et similia...


Insomma, un'occasione persa pure per questa professoressa che riempie 237 pagine del suo ultimo libro che usa per definire la folla, ma non come le stiamo vivendo noi, bensì come la videro e la definirono letterati e intellettuali della fine del diciannovesimo secolo, quando la disciplina pencolava tra la sociologia e l'isteria a cavallo degli anni in cui si faceva strada un originale punto di vista di un certo Freud, che non si sapeva nemmeno se definire scienza...


In questo elenco di opinioni di eminenti pensatori risalenti al 1895, salta all'occhio l'infatuazione presa dalla professoressa nei confronti di Gustave Le Bon, che detto per inciso io sospetto che non fosse nemmeno laureato, un imbonitore ottocentesco, inventore del cefalometro tascabile, della teoria della luce nera e dell'etere luminifero (sic) che orgnizzò le colazioni del mercoledì nelle quali venivano invitati intellettuali e pensatori dell'epoca. Gli capitò per le mani l'edizione francese della Folla Criminale di Scipione Seghele e da lì intraprese la teorizzazione della sua pricologia delle folle PRIMA dell'avvento della psicologia. Fu un percorso tormentato pieno di contraddizioni, di scambi con altri studiosi:


Applicando un paradigma di studio scientifico derivato dall'approccio clinico delle patologie mentali elaborato dal professor Charcot alla Salpétrière di Parigi, Le Bon utilizza i concetti di contagio e di suggestione per spiegare i meccanismi della folla che portano all'emergere dell'emotività, dell'istintualità e dell'inconscio altrimenti repressi negli individui dal controllo sociale ordinario.


Influenza

Le Bon non fu il primo ad analizzare la società sua contemporanea, scoprendo un nuovo fenomeno: 'La folla'.[4] Altri studiosi includono: il francese Gabriel Tarde, l'italiano Scipio Sighele e il tedesco Georg Simmel. Tutti e tre gli studiosi scrissero opere similari descrivendo le folle in epoca di sviluppo di nuove teorie sulla azione sociale. “Il primo dibattito sulla psicologia delle folle fu tra i due criminologi, Scipio Sighele e Gabriel Tarde, riguardo alla determinazione della responsabilità criminale delle folle e chi porre in arresto (Sighele, 1892; Tarde 1890, 1892, 1901).”[5]

Il libro di Scipio Sighele La Folla Delinquente fu pubblicato in Italia nel 1891 e in Francia con il titolo La Foule Criminelle. In tedesco fu pubblicato solo nel 1897, disponibile per Georg Simmel, con il titolo Psychologie des Auflaufs und der Massenverbrechen. In inglese con il titolo The Criminal Crowd nel 1894.

Le Bon fu testimone di tre grandi eventi di massa: la comune di Parigi (1871), l'ascesa di Georges Ernest Boulanger, e l'affare Dreyfus. Ognuno di questi eventi galvanizzò larghi segmenti della popolazione. Parigi a quel tempo era una delle più grandi e industrializzate città d'Europa, fronte di forze di antisemitismo e estrema destra. In particolare il Trattato di Francoforte portò alla ribalta forze di destra. Fu questo il contesto in cui Le Bon concepì il concetto di "folla".

Questa nuova entità che emerge dall'unione degli individui non forma solo un nuovo corpo fisico ma una collettività “incosciente”.

George Lachmann Mosse, professore di storia alla University of Wisconsin-Madison, sostiene che le teorie fasciste sulla leadership che emersero durante gli anni'20 devono molto alle teorie di Le Bon sulla psicologia delle masse. Adolf Hitler lesse The Crowd[6] e il suo Mein Kampf fu steso seguendo la tecnica di propaganda proposta da Le Bon.[7] Benito Mussolini fece uno studio approfondito dei lavori di Le Bon, rileggendo spesso il libro.[8]

(Wikipedia)



La cosa che mi ha colpito maggiormente in questo lavoro è che la parola WEB e conseguente concetto viene usata una volta a pagina nove e l'ultima volta a dieci righe dalla fine del saggio mentre secondo me per essere un utile manuale di psicologia delle masse, avrebbe dovuto usare Le Bon nelle prime dieci righe e poi avrebbe dovuto aiutarci a dipanare la matassa della definizione di folla prtendo dal punto di vista di oggi, non con un individuo che si schiaccia sul nulla prendendo forza dal contatto fisico della folla che aiuta a far sparire la razionalità eccetera eccetera (Le Bon) ma oggi che ogni individuo si isola e non vuole contatti fisici, come si manifestano le caratteristiche della folla nella vita virtuale di Internet?

Come si giustificano fenomeni della folla tipo Web Crowfounding, dove la folla aiuta un progetto oppure, come si giustifica il Flash mob che è un raduno in pubblico, improvvisato, organizzato tramite passaparola, dove possono partecipare tanti sconosciuti tra loro, per creare un’azione strana che dura pochi minuti, per poi dileguarsi. Possono considerarsi folla?

E Salvini, che tra le rare letture, probabilmente avrà letto qualche riassunto del Le Bon e ne applica alcune obsolete teorie, come lo si argina, con quali strategie comunicative si può combattere?

Queste sono le piccole cose che avrei v oluto trovare in questo volumetto e invece le trovo in un'autrice meno paludata ma molto più divulgatrice di una profesoressa incartapecorita ( le sue idee, off corse, della persona non mi permetterei mai) che ancora una volta mostra il modo obsoleto con cui la nostra Università qualche volta tratta argomenti che meriterebbero un nuovo punto di vista.

 

DA LEGGERE:

Manuela Murgia
Istruzioni per diventare fascisti
Enaudi Editore

 

Flash Mob: balli e raduni improvvisati

Il Flash mob è un raduno in pubblico, improvvisato, organizzato tramite passaparola, dove possono partecipare tanti sconosciuti tra loro, per creare un’azione strana che dura pochi minuti, per poi dileguarsi. Deriva dalle parole inglesi flash (veloce) e mob (moltitudine). Su youtube se ne trovano moltissimi esempi, dalle guerre di cuscini alle coreografie di star trek, o con azioni strane e strambe (mimare un gran premio di formula 1, ecc.). E c’è chi organizza finti flash mob per rapinare banche!. Una variante sono i flash mob danzanti, ovvero dei balletti più o meno improvvisati: uno porta la radio, si attacca un pezzo, si balla per qualche minuto e appena finisce tutti scompaiono, lasciando i passanti nella divertita sorpresa. Vi sono flash mob amatoriali e quelli organizzati professionalmente. Certo, è un bello spettacolo quando arriva all’improvviso. Ma io personalmente preferisco quelli più “amatoriali” dove chi partecipa si improvvisa ballerino e deve seguire le indicazioni di chi ne sa di più. Questo famoso flash mob è stato realizzato alla stazione di Antwerp, in Belgio: 
https://www.magnaromagna.it/video/flash-mob-danza-curiose-esibizioni-balli-improvvisati/


Darshan





Contatto visivo con l'immagine di una divinità, o con una persona reverenda, o con un oggetto sacro.
dal sanscrito: darśan vista.
Il concetto che questa parola esprime è davvero importante, ed è qualcosa che viene vissuto molto comunemente. In italiano non può essere reso che con ampie perifrasi, e quindi difficilmente si trova espresso.
Il darshan è originariamente un elemento fondamentale dell'adorazione hindu. Si ritiene che la vista dell'immagine sacra della divinità o di un altro oggetto sacro, o il contatto visivo con il santo o con la grande personalità abbia per il fedele un effetto ispiratore e di buon auspicio: e già notiamo come sia un concetto che non è alieno alla nostra cultura; rimanendo in ambito religioso ma nostrano, è comune che vengano ricercate esperienze come vedere il papa, o andare a vedere la tal reliquia. E un ancor più ampio respiro prende questo concetto se inteso laicamente.
A chi non è capitato di andare a sentir parlare il proprio scrittore preferito, ricercando uno scambio visivo? Chi non ha sentito un fremito vedendo gli occhiali di Puccini sulla sua scrivania, o un foglio di appunti di Manzoni? E dove sta la magia dei concerti visti dal vivo, o del vedere coi propri occhi Amore e Psiche di Canova?
Il darshan è l'ultimo bastione sacro di un senso fisico che ha perso gran parte della sua magia. Su internet o in tv si possono vedere video di tutte le grandi personalità del mondo che fanno e dicono ciò per cui sono grandi, e con un clic si possono raggiungere sterminate gallerie di opere d'arte, documenti originali, foto di ogni luogo. Il darshan è il contatto visivo di quando dici "Voglio vederlo dal vivo" o di quando racconti agli amici che sei stato nel tal posto e "L'ho visto". E il motivo per cui si vuole avere un darshan non si può liquidare facilmente bollandolo come superstizione, perché anche il meno superstizioso lo sente: il darshan trasmette davvero qualcosa. Che sia una benedizione per il giovane violinista che vede uno Stradivari, che sia un buon auspicio per chi, all'inizio di una giornata che si annuncia terribile, intravede e magari scambia due parole col suo idolo, che sia un'ispirazione per chi incrocia lo sguardo della grande persona che combatte per i suoi stessi ideali, è certo che il darshan è un fatto sacro. Riporta la vista su un binario di dignità altissima, la rende di nuovo capace di veicolare un'emozione che ti prende tutto il corpo - come quando da bambino vedevi la mamma o da ragazzino vedevi la ragazza che ti piaceva tanto.

2 luglio 2019

FULVIO ABBATE CONTRO LA “NUOVA PLEBE”
CHE CONTESTA CAROLA RACKETE:

 

Alla fine, forte del proprio analfabetismo conseguito e testato sui social, ciò che potremmo chiamare la nuova plebe, scacciò dalla memoria l’antica, quella che in certe pitture barocche mostra soprattutto Napoli, la sua storia secolare tribolata, pronta a soffocare nel sangue le idee ordite da generosi nobili infatuati di rivoluzione, di più, dalle “élite”, disprezzate in quanto tali.

Pensate al duca Gennaro Serra di Cassano nel 1799, poi al conte Carlo Pisacane nel 1857, la cui sciabola dimora adesso al Museo del Risorgimento, nel ventre del Vittoriano. Meglio ancora se portatrici – le immonde “élite” non certo la plebe, sia chiaro – di un pensiero ora illuministico ora proto-socialista.

Dunque non era una prerogativa unica del mondo all’ombra del Vesuvio, forte dei Masaniello o Agostino ‘o Pazzo, per chi di quest’ultimo ha memoria, quel certo modus di reagire alla Vandea subculturale; il duca Gennaro, colpevole di sognare la repubblica, finirà decapitato, da allora il portone del palazzo di famiglia è rimasto doverosamente sbarrato in faccia alla plebe, monito a una coscienza mai raggiunta, calpestata.
  
Uscendo dai sussidiari di storia per ficcarci nel greve reality post-berlusconiano odierno, va detto che la plebe remix appare sempre più un fenomeno metropolitano globale, pronto a mostrare innanzitutto il proprio rifiuto di ogni complessità culturale, fosse anche il semplice “carissimo amico” della democrazia, quasi che il nuovo soggetto prevalente abbia scelto di rispondere a ogni obiezione dialettica con un “E ‘sti cazzi?”.

Miserie accompagnate da un repertorio di altre citazioni degno delle “più belle frasi di Osho”, il romanesco come lingua globale del qualunquistico cinismo, cioè ‘sti cazzi e ancora ‘sti cazzi in luogo, che so, del Michel Foucault dei “radical chic”.

Scendendo nello specifico, si tratta di un soggetto sociale cresciuto nel grottino-tavernetta di un paese che da “terribilmente sporco”, suggeriva Pasolini, ha completato la propria transizione verso lo stato acefalo, e questo, così pensano i gretti, ritenendo che le conquiste civili siano una profanazione quasi anale dell’orgoglio patrio, un’imposizione giunta dai “comunisti”, dai “sinistri”, dalle “zecche rosse”.

CAROLA RACKETE 

Propellente per un Sessantotto della destra che strega la nuova plebe con le sirene spiegate della Lega di Salvini e del M5S di Luigi Di Maio, forze politiche che, in verità, mostrano un effetto-Niagara, cioè stura water, circa un sentire ultimo diffuso e profondo razzista che stava solo in sonno.

Questa nuova irresistibile plebe, assente a ogni coscienza individuale, segnata da un riflesso paranoide, come si evince dalla prosa sui social, è assimilabile al branco di nutrie, all’istinto gregario, posseduto dalla narrazione e dalla propaganda populista, mostrando così un background bruciato da decenni di esposizione alla televisione commerciale.

Per intenderci, prima di concedersi quasi eroticamente al fascino casual di Salvini, gli stessi soggetti sono rimasti stregati dal fard di Berlusconi. Occorre pensare che decenni di “Uomini e donne” e “Paperissima” e “Ciao Darwin” abbiano lasciato lesioni permanenti sull’encefalo di un paese sostanzialmente illetterato.

CAROLA RACKETE 

È accaduto soprattutto a detrimento d’ogni sapere che non corrispondesse al gretto egoismo piccolo-borghese. Si sappia infatti che la nuova plebe ama innanzitutto i propri luoghi comuni, così tanto che quasi quasi vorrebbe recintarli, di più, farli custodire da un bel muro tempestato di punte di lancia, di modo che nessun altro, peggio se straniero, possa giungere, presentarsi - toc toc - magari per bisogno materiale; la nuova plebe infatti ha rimosso, in assenza d’ogni coscienza civile, la memoria di un paese già con le pezze al culo, gli antenati costretti a emigrare e talvolta addirittura pronti a farsi mafia fuori dai propri confini, la plebe remix si sente rassicurata da chi garantisce di innalzare staccionate, come quel leghista che promette un muro di 243 km che corra sul confine est d'Italia: «È un’ipotesi che si sta valutando col Viminale», proclama il governatore del Friuli-Venezia, Massimiliano Fedriga, appunto. E questo «Perché noi dobbiamo dare sicurezza ai nostri cittadini. Tranquillità nelle case, decoro nelle pubbliche vie. Ladri, delinquenti di piccolo o grande calibro non ne vogliamo»
  
Avrà costui coscienza che il racconto dell’umanità è storia di esodi e migrazioni? Con Fedriga dobbiamo immaginare un cervello unicamente abitato da sistemi d’allarme, porte corazzate, bloster, taser e dal “suo” muro? Servirebbe a qualcosa ricordargli che tra i versi di Prévert ce n’è uno, definitivo, che così inquadra certa umana meschinità: «Quelli che in sogno piantano cocci di bottiglia sulla grande muraglia della Cina».

E ancora, ci scommetto che nella mente dei nostri dirimpettai razzisti in nome dell’orgoglio identitario, c’è il proposito ulteriore di una narrazione che serva a trasformare il nostro quotidiano in film poliziottesco permanente, con il Capitano, il commissario, l’ispettore, il questore, il questurino, il piantone, un Salvini, pronto a vestire tutti questi ruoli, pronto a ordinare a gazzelle e cellulari di sguinzagliarsi, così come alle motovedette, le pilotine, i cacciatorpediniere laggiù in mare, magari in attesa di fare finalmente fuoco sui barconi, sugli “stranieri”, sulle ragazze con i dread, figlie “viziate” delle solite infami “élite”.

CAROLA RACKETE 
  CAROLA RACKETE

Se trent’anni fa, a Berlino, si festeggiava la cancellazione di un confine, adesso, nel sentire, di più, in pugno ai leghisti e ai loro alleati grillini sembra di vedere pronta la cazzuola, micragnosa idea di libertà e di controllo, nella convinzione che, sebbene meschini nella loro bassezza morale, i nostri cognati, perfino i peggiori, sono da preferire ai poveri, neri di pelle, che vengono verso di noi con i barconi, posto che la miseria va ritenuta un crimine in sé, non per nulla la nuova plebe riporta in vita tra una pizzata e l’altra un repertorio di barzellette dove brilla Bongo, “re del Bongo, e “nel culo te lo pongo” (sic), così nei conciliaboli da Ku Klux Klan sezione di Formello o di Trigoria o di Appiano Gentile, o perfino di Lampedusa.

Nella convinzione che le semplici aste dalla democrazia siano roba superata - l’ha detto anche Putin, no? – dunque resta da presidiare il mondo, i quartieri, i bar sotto casa con occhio torvo, forte com’è d’avere riconosciuto il nemico nei “sinistri”, negli “intellettualoidi”, i “professorini”, dove Salvini, con cantilena minacciosa, rosario della grettezza securitaria, è il loro Orso Yoghi; neppure Maurizio Merli, nei panni del commissario Tanzi dei succitati poliziotteschi, aveva ottenuto tanta fidelizzazione, pensate.
  
Alla fine, in assenza di opposizioni, posto che il Pd mostra nient’altro che una pietosa afasia, se non talvolta perfino contiguità con il pensiero da mattinale di questura, proprio alle vituperate “élite” è spettata la soddisfazione della risposta individuale, singola, giunta direttamente dal cuore, risposte da “sinistri”, e tuttavia finalmente reattive rispetto alla tracotanza del ministro degli Interni, risposte addirittura aspre che replicano all’insulto con la medesima sostanza, e così frutto di doveroso amor proprio, necessario narcisismo politico ritrovato di fronte alla sensazione, appunto, di una sinistra assente, vedi Adriano Sofri, vedi Oliviero Toscani, vedi Chef Rubio, vedi Saviano, vedi altri che l’arroganza di Salvini ha convinto ad abbandonare ogni galateo per salire sulle barricate. Alla fine, hanno dovuto provvedere le “élite”, di più, proprio duca o il conte a ristabilire una chiarezza resistenziale, dichiarando, come avrebbe detto qualcuno, cioè un “professorone”, guerra all’ovvio e all’ottuso.

 

martedì 25 giugno 2019

JR

IL MONDO SECONDO JR – LO SPETTACOLARE MURALE DIGITALE LUNGO 32 METRI DELL’ARTISTA FRANCESE JR È ESPOSTO AL SF MOMA DOVE RIMARRÀ FINO AL 2020: “THE CHRONICLES OF SAN FRANCISCO” RACCONTA LE STORIE DI 1.200 PERSONE E METTE SULLO STESSO PIANO MILIONARI E SENZATETTO, SPORTIVI, DRAG QUEEN E CELEBRITÀ LOCALI – UN LAVORO INTERATTIVO CHE CONSENTE ATTRAVERSO UN IPHONE DI CONOSCERE LE STORIE DEI PROTAGONISTI E VEDERLI IN MOVIMENTO…(VIDEO)
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The Chronicles of San Francisco è l’epico murale digitale (32x5m) ideato e creato dall’artista francese JR (classe 1983) esposto al SFMOMA nella lobby che dà su Howard Street, dove rimarrà fino all’autunno del 2020, quando restituirà lo spazio all’opera di Diego Rivera.

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L’autore, famoso per raccontare la storia dei luoghi attraverso i ritratti di chi li abita, ha intervistato, fotografato e filmato per due mesi, a partire dal gennaio del 2018, 1.200 persone in 22 location diverse. Poi per un anno ha assemblato ciò che aveva editato. Un progetto inclusivo: nessuno è più importante di un altro.

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Tra gli individui del microcosmo ci sono milionari e senzatetto, dignitari come il Governatore della California Gavin Newsom e celebrità locali quali l’attivista LGBT Cleve Jones, il cestista dei Warriors Draymond Green, la drag queen Donna Sachet, i membri del San Francisco Gay Men’s Chorus...Il lavoro è interattivo: con l’iPhone si possono conoscere le storie dei protagonisti e vederli in movimento.
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La scelta dei soggetti per la maggior parte è avvenuta per caso: gli assistenti di JR fermavano per la strada i prescelti con una pacca sulla spalla e chiedevano loro in quale gruppo volevano poi essere inclusi: ricchi, poveri, gay, attivisti, sportivi, tra chi applaudiva o si faceva selfie...«Come artista», dice JR, «sono responsabile dell’orchestra ma sei tu che decidi come vuoi essere rappresentato per sempre».
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giovedì 6 giugno 2019

FILANTROPIA

Bill Gates è il più grande benefattore: in 20 anni donati oltre 45 miliardi di dollari



La fondazione si occupa di una biblioteca mondiale, lotta alla malaria, benessere dei bimbi poveri del Terzo Mondo e ultimamente l'ho visto girare con un pacco di merda per un progetto energetico. Tutto bene. Io mi chiedo però perchè questo signore più ricco del mondo con 100 miliardi di dollari di patrimonio personale, abbia il diritto legale di non pagare le tasse come i comuni mortali per permettere agli Stati sovrani di ridistribuire la ricchezza con servizi adeguati e invece dobbiamo accontentrci della sua beneficenza, dopo aver evaso i normali doveri fiscali.

Mi chiedo anche cosa succederebbe se uno di questi Tycoon invece di orientare le proprie elemosine verso i meno fortunati, decidesse invece di convogliare i propri soldi verso il male, nuove armi, guerre, presa di potere,, ricatti alla Spectre per dirne una.
Perchè la fantascienza alcune volte è solo aver guardato il futuro come racconto, e qualche vlta come allarme...