mercoledì 26 giugno 2019

DARSHAN






 

IL VOLTO DELLA FOLLA

di Michela Nacci


Accidenti che occasione persa!!

Parlo di me, naturalmente, che ho passato la vita ad occuparmi di psicologia delle masse, di comunicazione, tenendo corsi, andando a cercare testi, leggerli, tradurli, metterli on line, diffonderli, che a saperlo avrei potuto investire il mio tempo sui campi di tennis per migliorare il mio rovescio e poi, dopo una quarantina d'anni finalmente trovare il bigino di questa esimia professoressa (22 Euro per un bigino, un po' caro per la verità) con l'elenco delle sue preziose letture e conseguente lezione di scienza delle comunicaione et similia...


Insomma, un'occasione persa pure per questa professoressa che riempie 237 pagine del suo ultimo libro che usa per definire la folla, ma non come le stiamo vivendo noi, bensì come la videro e la definirono letterati e intellettuali della fine del diciannovesimo secolo, quando la disciplina pencolava tra la sociologia e l'isteria a cavallo degli anni in cui si faceva strada un originale punto di vista di un certo Freud, che non si sapeva nemmeno se definire scienza...


In questo elenco di opinioni di eminenti pensatori risalenti al 1895, salta all'occhio l'infatuazione presa dalla professoressa nei confronti di Gustave Le Bon, che detto per inciso io sospetto che non fosse nemmeno laureato, un imbonitore ottocentesco, inventore del cefalometro tascabile, della teoria della luce nera e dell'etere luminifero (sic) che orgnizzò le colazioni del mercoledì nelle quali venivano invitati intellettuali e pensatori dell'epoca. Gli capitò per le mani l'edizione francese della Folla Criminale di Scipione Seghele e da lì intraprese la teorizzazione della sua pricologia delle folle PRIMA dell'avvento della psicologia. Fu un percorso tormentato pieno di contraddizioni, di scambi con altri studiosi:


Applicando un paradigma di studio scientifico derivato dall'approccio clinico delle patologie mentali elaborato dal professor Charcot alla Salpétrière di Parigi, Le Bon utilizza i concetti di contagio e di suggestione per spiegare i meccanismi della folla che portano all'emergere dell'emotività, dell'istintualità e dell'inconscio altrimenti repressi negli individui dal controllo sociale ordinario.


Influenza

Le Bon non fu il primo ad analizzare la società sua contemporanea, scoprendo un nuovo fenomeno: 'La folla'.[4] Altri studiosi includono: il francese Gabriel Tarde, l'italiano Scipio Sighele e il tedesco Georg Simmel. Tutti e tre gli studiosi scrissero opere similari descrivendo le folle in epoca di sviluppo di nuove teorie sulla azione sociale. “Il primo dibattito sulla psicologia delle folle fu tra i due criminologi, Scipio Sighele e Gabriel Tarde, riguardo alla determinazione della responsabilità criminale delle folle e chi porre in arresto (Sighele, 1892; Tarde 1890, 1892, 1901).”[5]

Il libro di Scipio Sighele La Folla Delinquente fu pubblicato in Italia nel 1891 e in Francia con il titolo La Foule Criminelle. In tedesco fu pubblicato solo nel 1897, disponibile per Georg Simmel, con il titolo Psychologie des Auflaufs und der Massenverbrechen. In inglese con il titolo The Criminal Crowd nel 1894.

Le Bon fu testimone di tre grandi eventi di massa: la comune di Parigi (1871), l'ascesa di Georges Ernest Boulanger, e l'affare Dreyfus. Ognuno di questi eventi galvanizzò larghi segmenti della popolazione. Parigi a quel tempo era una delle più grandi e industrializzate città d'Europa, fronte di forze di antisemitismo e estrema destra. In particolare il Trattato di Francoforte portò alla ribalta forze di destra. Fu questo il contesto in cui Le Bon concepì il concetto di "folla".

Questa nuova entità che emerge dall'unione degli individui non forma solo un nuovo corpo fisico ma una collettività “incosciente”.

George Lachmann Mosse, professore di storia alla University of Wisconsin-Madison, sostiene che le teorie fasciste sulla leadership che emersero durante gli anni'20 devono molto alle teorie di Le Bon sulla psicologia delle masse. Adolf Hitler lesse The Crowd[6] e il suo Mein Kampf fu steso seguendo la tecnica di propaganda proposta da Le Bon.[7] Benito Mussolini fece uno studio approfondito dei lavori di Le Bon, rileggendo spesso il libro.[8]

(Wikipedia)



La cosa che mi ha colpito maggiormente in questo lavoro è che la parola WEB e conseguente concetto viene usata una volta a pagina nove e l'ultima volta a dieci righe dalla fine del saggio mentre secondo me per essere un utile manuale di psicologia delle masse, avrebbe dovuto usare Le Bon nelle prime dieci righe e poi avrebbe dovuto aiutarci a dipanare la matassa della definizione di folla prtendo dal punto di vista di oggi, non con un individuo che si schiaccia sul nulla prendendo forza dal contatto fisico della folla che aiuta a far sparire la razionalità eccetera eccetera (Le Bon) ma oggi che ogni individuo si isola e non vuole contatti fisici, come si manifestano le caratteristiche della folla nella vita virtuale di Internet?

Come si giustificano fenomeni della folla tipo Web Crowfounding, dove la folla aiuta un progetto oppure, come si giustifica il Flash mob che è un raduno in pubblico, improvvisato, organizzato tramite passaparola, dove possono partecipare tanti sconosciuti tra loro, per creare un’azione strana che dura pochi minuti, per poi dileguarsi. Possono considerarsi folla?

E Salvini, che tra le rare letture, probabilmente avrà letto qualche riassunto del Le Bon e ne applica alcune obsolete teorie, come lo si argina, con quali strategie comunicative si può combattere?

Queste sono le piccole cose che avrei v oluto trovare in questo volumetto e invece le trovo in un'autrice meno paludata ma molto più divulgatrice di una profesoressa incartapecorita ( le sue idee, off corse, della persona non mi permetterei mai) che ancora una volta mostra il modo obsoleto con cui la nostra Università qualche volta tratta argomenti che meriterebbero un nuovo punto di vista.

 

DA LEGGERE:

Manuela Murgia
Istruzioni per diventare fascisti
Enaudi Editore

 

Flash Mob: balli e raduni improvvisati

Il Flash mob è un raduno in pubblico, improvvisato, organizzato tramite passaparola, dove possono partecipare tanti sconosciuti tra loro, per creare un’azione strana che dura pochi minuti, per poi dileguarsi. Deriva dalle parole inglesi flash (veloce) e mob (moltitudine). Su youtube se ne trovano moltissimi esempi, dalle guerre di cuscini alle coreografie di star trek, o con azioni strane e strambe (mimare un gran premio di formula 1, ecc.). E c’è chi organizza finti flash mob per rapinare banche!. Una variante sono i flash mob danzanti, ovvero dei balletti più o meno improvvisati: uno porta la radio, si attacca un pezzo, si balla per qualche minuto e appena finisce tutti scompaiono, lasciando i passanti nella divertita sorpresa. Vi sono flash mob amatoriali e quelli organizzati professionalmente. Certo, è un bello spettacolo quando arriva all’improvviso. Ma io personalmente preferisco quelli più “amatoriali” dove chi partecipa si improvvisa ballerino e deve seguire le indicazioni di chi ne sa di più. Questo famoso flash mob è stato realizzato alla stazione di Antwerp, in Belgio: 
https://www.magnaromagna.it/video/flash-mob-danza-curiose-esibizioni-balli-improvvisati/


Darshan




Contatto visivo con l'immagine di una divinità, o con una persona reverenda, o con un oggetto sacro.
dal sanscrito: darśan vista.
Il concetto che questa parola esprime è davvero importante, ed è qualcosa che viene vissuto molto comunemente. In italiano non può essere reso che con ampie perifrasi, e quindi difficilmente si trova espresso.
Il darshan è originariamente un elemento fondamentale dell'adorazione hindu. Si ritiene che la vista dell'immagine sacra della divinità o di un altro oggetto sacro, o il contatto visivo con il santo o con la grande personalità abbia per il fedele un effetto ispiratore e di buon auspicio: e già notiamo come sia un concetto che non è alieno alla nostra cultura; rimanendo in ambito religioso ma nostrano, è comune che vengano ricercate esperienze come vedere il papa, o andare a vedere la tal reliquia. E un ancor più ampio respiro prende questo concetto se inteso laicamente.
A chi non è capitato di andare a sentir parlare il proprio scrittore preferito, ricercando uno scambio visivo? Chi non ha sentito un fremito vedendo gli occhiali di Puccini sulla sua scrivania, o un foglio di appunti di Manzoni? E dove sta la magia dei concerti visti dal vivo, o del vedere coi propri occhi Amore e Psiche di Canova?
Il darshan è l'ultimo bastione sacro di un senso fisico che ha perso gran parte della sua magia. Su internet o in tv si possono vedere video di tutte le grandi personalità del mondo che fanno e dicono ciò per cui sono grandi, e con un clic si possono raggiungere sterminate gallerie di opere d'arte, documenti originali, foto di ogni luogo. Il darshan è il contatto visivo di quando dici "Voglio vederlo dal vivo" o di quando racconti agli amici che sei stato nel tal posto e "L'ho visto". E il motivo per cui si vuole avere un darshan non si può liquidare facilmente bollandolo come superstizione, perché anche il meno superstizioso lo sente: il darshan trasmette davvero qualcosa. Che sia una benedizione per il giovane violinista che vede uno Stradivari, che sia un buon auspicio per chi, all'inizio di una giornata che si annuncia terribile, intravede e magari scambia due parole col suo idolo, che sia un'ispirazione per chi incrocia lo sguardo della grande persona che combatte per i suoi stessi ideali, è certo che il darshan è un fatto sacro. Riporta la vista su un binario di dignità altissima, la rende di nuovo capace di veicolare un'emozione che ti prende tutto il corpo - come quando da bambino vedevi la mamma o da ragazzino vedevi la ragazza che ti piaceva tanto.

2 luglio 2019

FULVIO ABBATE CONTRO LA “NUOVA PLEBE”
CHE CONTESTA CAROLA RACKETE:

 

Alla fine, forte del proprio analfabetismo conseguito e testato sui social, ciò che potremmo chiamare la nuova plebe, scacciò dalla memoria l’antica, quella che in certe pitture barocche mostra soprattutto Napoli, la sua storia secolare tribolata, pronta a soffocare nel sangue le idee ordite da generosi nobili infatuati di rivoluzione, di più, dalle “élite”, disprezzate in quanto tali.

Pensate al duca Gennaro Serra di Cassano nel 1799, poi al conte Carlo Pisacane nel 1857, la cui sciabola dimora adesso al Museo del Risorgimento, nel ventre del Vittoriano. Meglio ancora se portatrici – le immonde “élite” non certo la plebe, sia chiaro – di un pensiero ora illuministico ora proto-socialista.

Dunque non era una prerogativa unica del mondo all’ombra del Vesuvio, forte dei Masaniello o Agostino ‘o Pazzo, per chi di quest’ultimo ha memoria, quel certo modus di reagire alla Vandea subculturale; il duca Gennaro, colpevole di sognare la repubblica, finirà decapitato, da allora il portone del palazzo di famiglia è rimasto doverosamente sbarrato in faccia alla plebe, monito a una coscienza mai raggiunta, calpestata.
  
Uscendo dai sussidiari di storia per ficcarci nel greve reality post-berlusconiano odierno, va detto che la plebe remix appare sempre più un fenomeno metropolitano globale, pronto a mostrare innanzitutto il proprio rifiuto di ogni complessità culturale, fosse anche il semplice “carissimo amico” della democrazia, quasi che il nuovo soggetto prevalente abbia scelto di rispondere a ogni obiezione dialettica con un “E ‘sti cazzi?”.

Miserie accompagnate da un repertorio di altre citazioni degno delle “più belle frasi di Osho”, il romanesco come lingua globale del qualunquistico cinismo, cioè ‘sti cazzi e ancora ‘sti cazzi in luogo, che so, del Michel Foucault dei “radical chic”.

Scendendo nello specifico, si tratta di un soggetto sociale cresciuto nel grottino-tavernetta di un paese che da “terribilmente sporco”, suggeriva Pasolini, ha completato la propria transizione verso lo stato acefalo, e questo, così pensano i gretti, ritenendo che le conquiste civili siano una profanazione quasi anale dell’orgoglio patrio, un’imposizione giunta dai “comunisti”, dai “sinistri”, dalle “zecche rosse”.

CAROLA RACKETE 

Propellente per un Sessantotto della destra che strega la nuova plebe con le sirene spiegate della Lega di Salvini e del M5S di Luigi Di Maio, forze politiche che, in verità, mostrano un effetto-Niagara, cioè stura water, circa un sentire ultimo diffuso e profondo razzista che stava solo in sonno.

Questa nuova irresistibile plebe, assente a ogni coscienza individuale, segnata da un riflesso paranoide, come si evince dalla prosa sui social, è assimilabile al branco di nutrie, all’istinto gregario, posseduto dalla narrazione e dalla propaganda populista, mostrando così un background bruciato da decenni di esposizione alla televisione commerciale.

Per intenderci, prima di concedersi quasi eroticamente al fascino casual di Salvini, gli stessi soggetti sono rimasti stregati dal fard di Berlusconi. Occorre pensare che decenni di “Uomini e donne” e “Paperissima” e “Ciao Darwin” abbiano lasciato lesioni permanenti sull’encefalo di un paese sostanzialmente illetterato.

CAROLA RACKETE 

È accaduto soprattutto a detrimento d’ogni sapere che non corrispondesse al gretto egoismo piccolo-borghese. Si sappia infatti che la nuova plebe ama innanzitutto i propri luoghi comuni, così tanto che quasi quasi vorrebbe recintarli, di più, farli custodire da un bel muro tempestato di punte di lancia, di modo che nessun altro, peggio se straniero, possa giungere, presentarsi - toc toc - magari per bisogno materiale; la nuova plebe infatti ha rimosso, in assenza d’ogni coscienza civile, la memoria di un paese già con le pezze al culo, gli antenati costretti a emigrare e talvolta addirittura pronti a farsi mafia fuori dai propri confini, la plebe remix si sente rassicurata da chi garantisce di innalzare staccionate, come quel leghista che promette un muro di 243 km che corra sul confine est d'Italia: «È un’ipotesi che si sta valutando col Viminale», proclama il governatore del Friuli-Venezia, Massimiliano Fedriga, appunto. E questo «Perché noi dobbiamo dare sicurezza ai nostri cittadini. Tranquillità nelle case, decoro nelle pubbliche vie. Ladri, delinquenti di piccolo o grande calibro non ne vogliamo»
  
Avrà costui coscienza che il racconto dell’umanità è storia di esodi e migrazioni? Con Fedriga dobbiamo immaginare un cervello unicamente abitato da sistemi d’allarme, porte corazzate, bloster, taser e dal “suo” muro? Servirebbe a qualcosa ricordargli che tra i versi di Prévert ce n’è uno, definitivo, che così inquadra certa umana meschinità: «Quelli che in sogno piantano cocci di bottiglia sulla grande muraglia della Cina».

E ancora, ci scommetto che nella mente dei nostri dirimpettai razzisti in nome dell’orgoglio identitario, c’è il proposito ulteriore di una narrazione che serva a trasformare il nostro quotidiano in film poliziottesco permanente, con il Capitano, il commissario, l’ispettore, il questore, il questurino, il piantone, un Salvini, pronto a vestire tutti questi ruoli, pronto a ordinare a gazzelle e cellulari di sguinzagliarsi, così come alle motovedette, le pilotine, i cacciatorpediniere laggiù in mare, magari in attesa di fare finalmente fuoco sui barconi, sugli “stranieri”, sulle ragazze con i dread, figlie “viziate” delle solite infami “élite”.

CAROLA RACKETE 
  CAROLA RACKETE

Se trent’anni fa, a Berlino, si festeggiava la cancellazione di un confine, adesso, nel sentire, di più, in pugno ai leghisti e ai loro alleati grillini sembra di vedere pronta la cazzuola, micragnosa idea di libertà e di controllo, nella convinzione che, sebbene meschini nella loro bassezza morale, i nostri cognati, perfino i peggiori, sono da preferire ai poveri, neri di pelle, che vengono verso di noi con i barconi, posto che la miseria va ritenuta un crimine in sé, non per nulla la nuova plebe riporta in vita tra una pizzata e l’altra un repertorio di barzellette dove brilla Bongo, “re del Bongo, e “nel culo te lo pongo” (sic), così nei conciliaboli da Ku Klux Klan sezione di Formello o di Trigoria o di Appiano Gentile, o perfino di Lampedusa.

Nella convinzione che le semplici aste dalla democrazia siano roba superata - l’ha detto anche Putin, no? – dunque resta da presidiare il mondo, i quartieri, i bar sotto casa con occhio torvo, forte com’è d’avere riconosciuto il nemico nei “sinistri”, negli “intellettualoidi”, i “professorini”, dove Salvini, con cantilena minacciosa, rosario della grettezza securitaria, è il loro Orso Yoghi; neppure Maurizio Merli, nei panni del commissario Tanzi dei succitati poliziotteschi, aveva ottenuto tanta fidelizzazione, pensate.
  
Alla fine, in assenza di opposizioni, posto che il Pd mostra nient’altro che una pietosa afasia, se non talvolta perfino contiguità con il pensiero da mattinale di questura, proprio alle vituperate “élite” è spettata la soddisfazione della risposta individuale, singola, giunta direttamente dal cuore, risposte da “sinistri”, e tuttavia finalmente reattive rispetto alla tracotanza del ministro degli Interni, risposte addirittura aspre che replicano all’insulto con la medesima sostanza, e così frutto di doveroso amor proprio, necessario narcisismo politico ritrovato di fronte alla sensazione, appunto, di una sinistra assente, vedi Adriano Sofri, vedi Oliviero Toscani, vedi Chef Rubio, vedi Saviano, vedi altri che l’arroganza di Salvini ha convinto ad abbandonare ogni galateo per salire sulle barricate. Alla fine, hanno dovuto provvedere le “élite”, di più, proprio duca o il conte a ristabilire una chiarezza resistenziale, dichiarando, come avrebbe detto qualcuno, cioè un “professorone”, guerra all’ovvio e all’ottuso.

 

martedì 25 giugno 2019

JR

IL MONDO SECONDO JR – LO SPETTACOLARE MURALE DIGITALE LUNGO 32 METRI DELL’ARTISTA FRANCESE JR È ESPOSTO AL SF MOMA DOVE RIMARRÀ FINO AL 2020: “THE CHRONICLES OF SAN FRANCISCO” RACCONTA LE STORIE DI 1.200 PERSONE E METTE SULLO STESSO PIANO MILIONARI E SENZATETTO, SPORTIVI, DRAG QUEEN E CELEBRITÀ LOCALI – UN LAVORO INTERATTIVO CHE CONSENTE ATTRAVERSO UN IPHONE DI CONOSCERE LE STORIE DEI PROTAGONISTI E VEDERLI IN MOVIMENTO…(VIDEO)
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The Chronicles of San Francisco è l’epico murale digitale (32x5m) ideato e creato dall’artista francese JR (classe 1983) esposto al SFMOMA nella lobby che dà su Howard Street, dove rimarrà fino all’autunno del 2020, quando restituirà lo spazio all’opera di Diego Rivera.

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L’autore, famoso per raccontare la storia dei luoghi attraverso i ritratti di chi li abita, ha intervistato, fotografato e filmato per due mesi, a partire dal gennaio del 2018, 1.200 persone in 22 location diverse. Poi per un anno ha assemblato ciò che aveva editato. Un progetto inclusivo: nessuno è più importante di un altro.

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Tra gli individui del microcosmo ci sono milionari e senzatetto, dignitari come il Governatore della California Gavin Newsom e celebrità locali quali l’attivista LGBT Cleve Jones, il cestista dei Warriors Draymond Green, la drag queen Donna Sachet, i membri del San Francisco Gay Men’s Chorus...Il lavoro è interattivo: con l’iPhone si possono conoscere le storie dei protagonisti e vederli in movimento.
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La scelta dei soggetti per la maggior parte è avvenuta per caso: gli assistenti di JR fermavano per la strada i prescelti con una pacca sulla spalla e chiedevano loro in quale gruppo volevano poi essere inclusi: ricchi, poveri, gay, attivisti, sportivi, tra chi applaudiva o si faceva selfie...«Come artista», dice JR, «sono responsabile dell’orchestra ma sei tu che decidi come vuoi essere rappresentato per sempre».
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giovedì 6 giugno 2019

FILANTROPIA

Bill Gates è il più grande benefattore: in 20 anni donati oltre 45 miliardi di dollari



La fondazione si occupa di una biblioteca mondiale, lotta alla malaria, benessere dei bimbi poveri del Terzo Mondo e ultimamente l'ho visto girare con un pacco di merda per un progetto energetico. Tutto bene. Io mi chiedo però perchè questo signore più ricco del mondo con 100 miliardi di dollari di patrimonio personale, abbia il diritto legale di non pagare le tasse come i comuni mortali per permettere agli Stati sovrani di ridistribuire la ricchezza con servizi adeguati e invece dobbiamo accontentrci della sua beneficenza, dopo aver evaso i normali doveri fiscali.

Mi chiedo anche cosa succederebbe se uno di questi Tycoon invece di orientare le proprie elemosine verso i meno fortunati, decidesse invece di convogliare i propri soldi verso il male, nuove armi, guerre, presa di potere,, ricatti alla Spectre per dirne una.
Perchè la fantascienza alcune volte è solo aver guardato il futuro come racconto, e qualche vlta come allarme... 



BEZOS

BEZOS PIGLIATUTTO - AMAZON E' IL NUOVO GRANDE INDIZIATO DELLE AUTORITÀ ANTITRUST E PRIVACY - CI SONO GLI ACQUISTI ONLINE, CERTO. MA È PURE IL PIÙ GRANDE PROVIDER DI SERVIZI IN CLOUD AL MONDO, SU CUI PASSANO PURE I VIDEO DI NETFLIX; HA L'ASSISTENTE VOCALE ALEXA E GLI SMART SPEAKER ECHO; PRODUCE ABITI, FILM E SHOW TV E LI DISTRIBUISCE; PUBBLICA LIBRI, EBOOK E PODCAST; E POI RICONOSCIMENTO FACCIALE; VIDEOGAME IN STREAMING; NEGOZI, SUPERMERCATI, CENTRALI ELETTRICHE
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Davide Casati e Martina Pennisi per il ''Corriere della Sera - L'Economia''

C' è un nuovo Grande indiziato da parte delle autorità antitrust e dei garanti della privacy di tutto il mondo. E il suo nome è Amazon. Dopo anni nei quali a finire sotto la lente delle authority - europee, in primis: e poi statunitensi - sono stati Google (tre sanzioni in tre anni, solo dalla Commissione Ue) e Facebook (la cui reputazione è stata talmente colpita nel corso del suo biennio horribilis, il 2017-2018, da spingere il suo fondatore ad annunciare una rivoluzione nel modello di business dell' azienda), l' attenzione inizia a concentrarsi anche sulla società fondata da Jeff Bezos.

jeff bezos jeff bezos
 
E la causa è anzitutto nel sempre più vasto scollamento tra quello che per tutti è Amazon - il marchio che ha reso gli acquisti online una pratica naturale, e ubiqua - e quello che davvero è Amazon: un' azienda quasi impossibile da evitare. Per chiunque si muova online, ma anche fuori dal mondo della Rete.

Un' esagerazione? No: e basta dare un' occhiata all' ampiezza dell' impero con il rassicurante logo del sorriso. Ci sono gli acquisti online, certo: dove Amazon veste la molteplice veste di negozio, negoziante e postino. C' è il mondo della pubblicità online, affamata della profilazione garantita dal gigante di Bezos, e che per Amazon vale 2,7 miliardi di dollari, secondo i conti del primo trimestre 2019, con una crescita del 36% rispetto all' anno precedente (negli ultimi trimestri 2018 era andata ben oltre il 100 per cento e sta iniziando a dare fastidio a Google e Facebook, che fino a qualche anno fa si spartivano il mercato).

Ma c' è molto, molto di più: Amazon è il più grande provider di servizi in cloud al mondo, tramite Amazon Web Services, vero motore di ricavi dell' azienda (qui lo scontro è con Microsoft e, ancora, Google). E se la dizione «servizi in cloud» vi sembrasse generica, pensate che ogni volta che guardate un film su Netflix, o usate l' app di messaggistica Slack, lo state facendo sui server di Amazon.

L' azienda di Bezos sta dietro l' assistente vocale Alexa e gli smart speaker Echo (leader mondiali e «in guerra» con Apple e, ancora, Google). Ha dato vita a marchi di abiti; produce film e show tv e li distribuisce con la sua tv (sulla quale decide quali contenuti dei concorrenti ospitare o meno, esattamente come fanno i rivali, obbligando i consumatori a dotarsi di più dispositivi e servizi); pubblica libri (che offre sui suoi ereader, i Kindle) e podcast; offre tecnologie per il riconoscimento facciale; è leader mondiale di videogame in streaming; possiede negozi fisici, catene di supermercati, centrali elettriche. Amazon dà lavoro a oltre 600 mila persone: più del doppio di Google, Facebook e Microsoft messe insieme.
jeff bezos e mackenzie tuttle 1 jeff bezos e mackenzie tuttle 1

Il punto, per dirla con le parole di Christopher Mims del Wall Street Journal, è che le dimensioni di Amazon sono un problema per la stessa Amazon. E le spine - almeno dal punto di vista regolatorio - sono di tre tipi, come spiega Giovanni Pitruzzella, ex Garante per la concorrenza del mercato in Italia dal 2011 al 2018. «Ci sono anzitutto rischi di abuso di posizione dominante, per i quali ad esempio l' autorità italiana ha aperto un' istruttoria su Amazon poche settimane fa», spiega al Corriere. «C' è poi il tema dell' uso dei dati, sia sotto il profilo della concorrenza, sia sotto quello della privacy. E infine c' è quello delle clausole contrattuali, di fronte alle quali i consumatori potrebbero trovarsi in condizione di impotenza».

Quello dell' Antitrust è il tema più caldo, per Bezos. La Commissione europea ha lanciato un' indagine, ormai vicina alla conclusione, sull' utilizzo dei dati da parte della piattaforma: il sospetto è che il «centro commerciale» Amazon utilizzi le informazioni che ha sui «negozi» che ospita per anticiparne le contromosse, e favorire la vendita diretta di prodotti da parte del suo negozio. «Il Garante italiano - spiega Pitruzzella - ha indicato come ormai oltre la metà dei consumatori, quando deve fare acquisti online, si muova direttamente su Amazon: un tempo si utilizzavano i motori di ricerca».
JEFF BEZOS ALLA PARTENZA DEI LAVORI PER L AEROPORTO DI AMAZON JEFF BEZOS ALLA PARTENZA DEI LAVORI PER L AEROPORTO DI AMAZON

E il problema rischia di acutizzarsi con il diffondersi degli assistenti vocali nelle case dei cittadini: non potendo il consumatore osservare con un solo colpo d' occhio più offerte, cresce il peso delle prime risposte date dall' assistente a qualsiasi richiesta. Insomma: l' attività dell' antitrust nell' epoca degli smart speaker prende il via con due domande, secondo Pitruzzella: «Con quali criteri funziona l' algoritmo? Cosa pone in evidenza, e in base a quali caratteristiche?».

Legato a doppio filo al tema degli assistenti vocali, ma non solo, c' è l' altro fronte rovente: quello della protezione dei dati personali. «Che uso ne viene fatto», si chiede il Garante europeo per la Privacy, Giovanni Buttarelli, confermando come Amazon sia «il nuovo grande indiziato» delle autorità. Nel corso delle ultime settimane, la casa di Seattle è stata accusata negli Usa di violare la privacy dei bambini con gli smart speaker Echo Dot Kids; in un altro caso, è emerso che una app (di Amazon: Neighbors) collegata ai citofoni intelligenti (di Amazon: Ring) consente agli utenti di ricevere informazioni su «attività sospette» e «crimini» commessi nel proprio quartiere, notificate in tempo reale.
AMAZON E IL SUO AEROPORTO AMAZON E IL SUO AEROPORTO

Non solo: Amazon dispone, negli Stati Uniti, di una licenza per vendere farmaci, e Alexa permette di dialogare con una app, Livongo, che monitora i livelli del sangue. Si tratta, spiega ancora Buttarelli, di dati estremamente sensibili, per i quali la protezione va tenuta a livelli più alti. E ancora, un brevetto depositato sempre negli Usa rivela l' intenzione del colosso di far registrare ai suoi smart speaker tutto quello che sentono, senza dover essere chiamati in causa dal loro possessore con la parola d' ordine (e di controllo) «Alexa», come accade adesso. Ed è di fronte alla rapidità di questi sviluppi, continua il Garante, che spesso «il diritto non è del tutto pronto, e la cassetta degli attrezzi a disposizione delle autorità rischia di essere inadeguata».

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Di fronte alle accuse, i giganti web rispondono sottolineando la propria adesione alle norme vigenti - a partire dal regolamento europeo per la protezione dei dati personali - e l' efficienza dei propri servizi, giustificazione ultima del loro successo (e del loro potere). Pitruzzella e Buttarelli non sembrano sicuri che possa bastare. «Internet è come Giano, ha due volti», spiega l' ex Garante.

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«Da un lato ha aumentato enormemente le possibilità di scelta, e l' offerta di servizi, molti dei quali gratuiti. Dall' altro, a fare da motore a quei servizi sono dati personali per i quali è necessario chiedere e garantire la massima tutela: per evitare posizioni monopolistiche, e per proteggere davvero i cittadini».
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martedì 4 giugno 2019

facce come il Q

FENOMENOLOGIA DI MATTEO SALVINI
by Vincent
 Come testimone del secolo, come raccoglitore di effluvi comunicativi, ma soprattutto come portatore sano delle idee di Marshal McLuhan, lascio alla Storia la mia analisi sulle tecniche di comunicazione che hanno portato al successo clamoroso un esimio nullafacente e le ragioni per cui verrà distrutto dal ridicolo.

Punto primo: per continuare a leggere la mia analisi bisogna concordare con me su di un punto: Salvini non sa un cazzo, non capisce un cazzo, non impara un cazzo, l'unica cosa in cui è un geniaccio inarrivabile, lui e la fazzolettata di comunicatori che per lui lavora ventiquattro su ventiquattro, e la raccolta del consenso.

 Secondo: per raccogliere consenso in questo paese quasi indecifrabile occorre una campagna elettorare continua, senza soluzione di continuità, e per fare questo e ottenere un consenso esponenziale, lui ha raccolto un elenco di aspettative, paure, aspirazioni del popolo, che ha ottenuto dai sondaggi da cui si abbevera più volte al giorno.

Terzo, ripetendo gli argomenti come un mantra si è avvicinato alla forma di governo attuale e ha messo questi argomenti in un contratto, che non è un preogramma di governo ma una lista,  l'elenco delle aspirazione di due partiti che non si sopportano . Poi ogni volta che è stato ospitato nelle televisioni ormai amiche (la televisione è un mezzo che si lega ad un padrone anche senza alcuna richiesta in proposito) e sui social, si è esibito ripetendo elenchi di titoli che richiamano ad un probema o ad un programma, tipo immigrazione, sicurezza, lavoro, prima gli italiani, flat tax, giustizia, eccetera.

Quarto. A questo punto ad ogni domanda lui riponde con elenchi di
parole che il popolo riconosce con il riflesso di Pavlov e quindi lui non ha bisogno di alcuna campagna elettorale perchè mentre gli altri dormono o abbaiano alla luna, lui la campagna elettorale la fa ventiquattro su ventiquattro.

Per semplificare faccio un esempio:
Va in televisione e il giornalista che lo ospita una settimana sì e l'altra pure, gli porge (questo tipo di giornalisti sa solo porgere) la domanda :
"Signor ministro, le piace la pasta asciutta?"
e lui risponde: "Ehm, la pastasciutta, la pastasciutta, bacioni a tutti oi rigatoni, gli spaghetti, le penne i ravioli (mentre elenca mostra le dita della mano come gli ha insegnato Berlusconi) con la pasta che sia italiana perchè io mi guadagno lo stipendio andando nei ristoranti, nelle trattorie, nei fast food, anche ai baracchini per strada, ma l'importante che siano italiani, perchè chi non ha la licenza può provocare problemi igienici che poi portano la cacarella, le intossicazioni, le allergie che poi dobbiamo curare negli ospedali, nei poliambulatoi, nelle farmacie che sono gestite dagli italiani, che insieme ai poliziotti, carabinieri, pompieri, crocerossine, tutti italiani che... (continua)
Ho reso l'idea?




Aldo Vincent

SALVINI


QUAL È IL SEGRETO DEL SUCCESSO DI SALVINI? – LA CHIRICO LO HA CHIESTO A VERDELLI, MOLINARI, FONTANA, ANNUNZIATA, ENZO RISSO, LUCA RICOLFI, MALCOM PAGANI, EMANUELE TREVI – DAGO: “BREXIT, TRUMP E GLI EXPLOIT M5S E LEGA SONO LA RISPOSTA ALLA CRISI D’IDENTITÀ DI OPERAI E IMPIEGATI PRODOTTA DALLA GLOBALIZZAZIONE. LA SINISTRA HA SCAMBIATO BACI E BACETTI CON IL CAPITALISMO, OGGI SI È RIDOTTA A PALADINA DELLE MINORANZE: GAY, DONNE, MIGRANTI, NERI. E I LAVORATORI, ABBANDONATI, SONO ANDATI A DESTRA”
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matteo salvini annalisa chirico (2) matteo salvini annalisa chirico (2)
 
Quali sono gli ingredienti del successo salviniano? Il vicepremier, che ha mutato per sempre i connotati del partito che fu di Umberto Bossi, adesso punta dritto a Palazzo Chigi: un’ascesa apparentemente irresistibile. “Salvini ha invertito i rapporti di forza all’interno dell’esecutivo già da diversi mesi - dichiara al Foglio il direttore di Repubblica Carlo Verdelli - Pur avendo ottenuto metà dei voti grillini alle politiche del 4 marzo, il leader della Lega ha imposto l’agenda sin dal principio. Ha condotto una campagna elettorale interminabile in un paese che si conferma assai instabile. Si assiste, da alcuni anni, a clamorosi sbandamenti: dal 40 percento di Renzi si è passati all’exploit grillino delle scorse politiche e adesso al fenomeno Salvini”.
Verdelli Verdelli

Il rischio è una rapida evaporazione. “In realtà, paragonato ai leader precedenti, noto un approccio diverso in Salvini. Berlusconi, per esempio, ha fatto sognare gli italiani con il messaggio: potete diventare come me. Salvini dice: io sono uno di voi. La stanzetta immortalata nella notte del voto potrebbe appartenere a ogni italiano. Non è più la politica dall’alto, è la politica da dentro”.

Matteo Renzi è solitamente indicato come il primo leader della disintermediazione in Italia. “Salvini è andato oltre, sul presidio dei social network è di qualche anno avanti su tutti. Il capo del Carroccio adopera, forse inconsapevolmente, il rasoio di Occam, vale a dire la semplificazione massima del messaggio. Renzi si muoveva in uno schema più consueto, Salvini invece innesca un processo di immedesimazione senza precedenti. Quanto possa durare, è difficile dirlo. Per adesso, sta arrostendo i 5 stelle a fuoco rapido: la Tav è forse l’ultimo totem grillino sopravvissuto, e lui ha chiarito che va fatta, detta l’agenda come se avesse vinto le politiche, non le europee”.
salvini berlusconi salvini berlusconi

Ad un occhio attento, anche l’Europa appare come uno spauracchio utile per la propaganda. “Lui lo ha capito e fa di tutto per provocarla. Se dovessi dire, il primo avversario di Salvini è se stesso: deve evitare la bulimia di sé e far tesoro di quanto capitato a Renzi”.

luciano fontana luciano fontana
 
Ecco, i due Matteo. Gemelli diversi, veri disruptor della politica italiana degli ultimi anni. Vicini d’età, lontani d’idee, artefici di scalate imprevedibili. “Presentano elementi comuni nell’attitudine verso l’elettore e verso il potere – commenta il direttore del Corriere della sera Luciano Fontana – Li caratterizza l’estrema personalizzazione del comando. Il partito di Renzi era il partito di Renzi e della sua cerchia, idem quello di Salvini. 

La classe dirigente diffusa della Lega, gli Zaia e i Fontana, sono presenti sul territorio ma quasi mai hanno una parola importante nella determinazione della linea politica nazionale. Nemmeno Giorgetti ha la forza di incidere: Salvini pretende sempre l’ultima parola. Tra l’ex segretario dem e il leader leghista esistono profonde diversità culturali e programmatiche ma entrambi hanno dimostrato una notevole capacità di semplificazione. Sono figli di Berlusconi che non viveva nell’era digitale ma in quella televisiva, e non è un caso che sia Renzi che Salvini abbiano partecipato da concorrenti ai programmi televisivi delle reti Mediaset”.
matteo salvini pollice verso a renzi matteo salvini pollice verso a renzi

La parabola renziana a Palazzo Chigi è durata 1000 giorni, quella salviniana potrebbe rivelarsi anch’essa una meteora? “Com’è noto, Giorgetti gli ha consigliato di tenere una foto di Renzi sulla scrivania. Oggigiorno il sistema è caratterizzato dalla volatilità del voto che ha perso connotazioni ideologiche, le tendenze elettorali sono evanescenti, si esauriscono in fretta.  Paragonato a Renzi, però, Salvini ha due elementi che giocano in suo favore e potrebbero rendere più stabile il consenso per la Lega: innanzitutto, lui aspira ad essere l’erede di Berlusconi, e in Italia il voto per il centrodestra è sempre stato rilevante; in secondo luogo, il suo partito ha un radicamento molto esteso al nord”.
gli elettori del pd non distinguono renzi da salvini fanpage alla leopolda 17 gli elettori del pd non distinguono renzi da salvini fanpage alla leopolda 17

Il partito di Bossi era alla canna del gas, oggi tocca il 34 percento. È solo un fatto di comunicazione? “Salvini ha saputo sfruttare la sua straordinaria capacità di mettersi in sintonia con le paure degli italiani sui dossier sicurezza e immigrazione, e con le loro aspirazioni più profonde, a partire dal desiderio di veder riaffermata l’identità nazionale in contrapposizione al mostro della globalizzazione e delle tecnocrazie europee. Inoltre, il vicepremier leghista sa dominare le piazze fisiche e virtuali, sta sul digitale come nessun altro. Gli ha giovato la competizione con un alleato di governo particolarmente debole sul piano delle competenze amministrative e di governo, e sull’organizzazione territoriale del movimento”.
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I 5 Stelle hanno dimezzato i voti, al sud il reddito di cittadinanza non è bastato a frenare l’emorragia di consensi. “Le modalità e l’entità del sussidio non sono stati ritenuti soddisfacenti, tanto più in un pezzo d’Italia dove l’economia vive anche di aggiustamenti non tutti in chiaro...A mio giudizio, si è fatta strada l’idea che i soldi non debbano essere concessi o regalati senza il lavoro”. Quante probabilità assegnerebbe alla durata del governo da uno a dieci? “Non mi spingerei oltre il tre. Magari sia Di Maio che Salvini ritengono che durerà ma esistono difficoltà strutturali che lo rendono improbabile, se non impossibile”.

lucia annunziata lucia annunziata
Per Lucia Annunziata, direttore di HuffPostItalia, “il segreto del successo salviniano è che si fonda su un dato vero, reale, tangibile: la costruzione del consenso. Emblematici sono i risultati ottenuti a Torre Maura nella periferia romana, a Melendugno (il comune del gasdotto Tap), nella Val di susa dei No-Tav, e poi a Capalbio, a Riace, a Lampedusa…. i santuari dell’antisalvinismo hanno votato per Salvini”.

Per i 5Stelle un tonfo clamoroso. “I grillini dovevano essere la modernità del post-ideologico, invece sono apparsi come persone senza capacità in balia di un’onda che li sballottava a destra e a sinistra. Casaleggio padre li aveva collocati nell’orizzonte della fine delle ideologie, ma nella realtà attuale l’ideologia è tornata ad essere uno strumento di consenso. La verità è che anche noi giornalisti continuiamo a trattare i cittadini come fossero dei cretini: al tempo di Berlusconi li dipingevamo come manipolabili dalla tv, oggi dai social network e dal pericolo fascista.
luigi di maio balcone luigi di maio balcone

Più banalmente, i cittadini capiscono il senso di una promessa, e Di Maio è stato rovinato dalla ‘balconata palingenetica’ in cui annunciava l’abolizione della povertà. Salvini ha piuttosto utilizzato il fascismo non come un fine in sé ma come un mezzo per parlare anche a quei ceti popolari”. Quanto durerà il sodalizio di governo? “Non prevedo una crisi a breve. I 5 stelle contano per il 33 percento in Parlamento: perché dovrebbero rinunciarvi? E perché Salvini dovrebbe consegnare quella percentuale all’opposizione? Il leader leghista non ha fretta: Renzi aveva un partito contro, la sua era una scalata non amichevole; il vicepremier invece ha il partito dietro, non deve difendersi dai nemici”.
Enzo Risso Enzo Risso

In pochi lo conoscono, perché è uomo di proverbiale riservatezza, ma Enzo Risso, direttore scientifico dell’Istituto di ricerche Swg, è il sondaggista più ascoltato da Salvini. Il leader leghista gli scrive più volte al giorno, se non gli scrive lo chiama, quel che conta è la consultazione permanente per sapere come vanno i polls, che dice il campione su questo e quel tema, in che direzione fluttua l’opinione pubblica. “Lo slogan ‘Prima gli italiani’ – spiega al Foglio lo studioso che è anche docente di Teoria e analisi delle audience all’Università La Sapienza di Roma - sintetizza il racconto che gli italiani vogliono sentirsi raccontare: tutela e difesa del paese, prima di tutto. Con le elezioni europee Salvini ha portato a compimento la trasformazione del centrodestra: l’identità neoliberista di quello berlusconiano viene archiviata a favore di una identità protezionistico-primatista.
SALVINI ROSARIO SALVINI ROSARIO

Se Berlusconi incarnava il sogno del benessere per tutti, la libertà di arricchirsi, il mito della concorrenza, il centrodestra a traino leghista nasce in seguito alla sconfitta del liberismo a livello globale, ed esprime l’esigenza di tutelare le persone dai guasti del libero mercato e dagli eccessi europeisti tecnocratici. E’ un centrodestra difensivo che punta sull’Italia per cambiare. L’asse politico è cambiato: quello destra/sinistra viene riassorbito dall’opposizione tra comunità aperta e comunità chiusa”.

salvini rosario salvini rosario
Nel governo l’ala leghista ha cannibalizzato quella grillina. “Nel paese circola una parola d’ordine: stabilità. La gente sente che la crisi sta arrivando, e ha paura. I 5 stelle hanno perso perché i loro continui attacchi a Salvini hanno diffuso l’idea di instabilità”. Salvini è entrato in polemica con le gerarchie vaticane a causa dell’ostensione di simboli religiosi, madonnine e rosari. “Dalle nostre rilevazioni emerge che le uniche polemiche che negli ultimi mesi hanno un po’ intaccato la spinta a favore di Salvini sono state la partecipazione al Congresso mondiale delle famiglie a Verona e lo scivolamento eccessivo nel dialogo con Casa Pound. Questi eventi hanno infastidito gli elettori moderati indecisi che guardavano con interesse a Salvini e che sono stati recuperati solo successivamente, quando il leader è tornato a indossare la giacca del buon senso.
Salvini e il Papa Salvini e il Papa

Il confronto anche aspro con le gerarchie vaticane si è rivelato una echo-chamber, insomma una bolla iperamplificata priva di ricadute in termini di consenso. Il papa parla ai suoi, ma i suoi non sono elettori di Salvini. Solo il 12 percento degli italiani cattolici dichiara di lasciarsi orientare dalle indicazioni della Chiesa nelle proprie scelte politiche”.

maurizio molinari premio e' giornalismo 2018 maurizio molinari premio e' giornalismo 2018
Religione, tradizioni, valori. Per il direttore de La Stampa Maurizio Molinari l’analisi post-voto non può prescindere dalla parola “identità”. “Il sovranismo, risultato vincente in questa tornata elettorale, esalta le identità tribali in contrapposizione alla globalizzazione. Contano le radici che sono nazionali, cattoliche e bianche. L’Italia è un paese laboratorio, l’unico dell’Europa occidentale dove populisti e sovranisti governano insieme; rispetto al 4 marzo, l’identità populista ne è uscita indebolita, e la risposta è nel crocefisso che Salvini tiene in mano. Il sovranismo esalta le radici etnico-nazionali del paese mentre i populisti grillini sono un movimento di protesta soprattutto economico. La casa madre dei pentastellati è rappresentata da un sito internet: la loro identità è eterea, quella sovranista è materica. Salvini esalta le radici cattoliche della nazione”.

FRANCIS FUKUYAMA - IDENTITA FRANCIS FUKUYAMA - IDENTITA
A dispetto di qualche attrito con gli alti prelati… “In realtà, ciò lo rafforza nella costruzione del consenso, così come la partecipazione al Congresso veronese delle famiglie. Esiste una parte della Chiesa, soprattutto americana, che anela il ritorno alle radici autentiche del cristianesimo. Papa Francesco appartiene alla stagione di Barack Obama, non a quella di Donald Trump. E Salvini, con la sua scelta valoriale, evoca il linguaggio sui ‘valori cristiani’ che distingue il presidente degli Stati uniti, Bolsonaro in Brasile, Orban in Ungheria e Putin nel legame con la Chiesa ortodossa in Russia”.

La parabola salviniana è assimilabile a quella renziana? “Paragonare i due è un errore. L’Italia fluida che ha ingoiato Salvini è la genesi della protesta che poi si è espressa il 4 marzo. Renzi ha ignorato le due ragioni che hanno portato alla vittoria di sovranisti e populisti: disuguaglianze e migranti. La risposta salviniana alle ragioni della rivolta è l’esaltazione delle radici, il che costituisce di per sé una narrativa, non la soluzione dei problemi. Se Salvini non elaborerà una risposta efficace, sarà anch’egli travolto”.

malcom pagani malcom pagani
Il più criticato, il più votato. Su questo strano paradosso si sofferma il vicedirettore di Vanity Fair Malcom Pagani: “Il successo elettorale salviniano è frutto del lato cieco della sinistra che già ai tempi di Berlusconi riusciva a ignorare un fenomeno travolgente esorcizzandolo per il semplice fatto che non gli era simile, che non appariva abbastanza educato per i suoi standard. Lo snobismo che portava ad osservare Berlusconi come un parvenu mentre lui accumulava milioni di voti si perpetua con il leader leghista che mangia la trippa e d’estate va in vacanza a Milano Marittima, esattamente come milioni di italiani; questa cosa lui l’ha monetizzata apparendo volutamente più gretto e basico di quanto non sia.
WILLIAM DAVIES WILLIAM DAVIES

La politica, del resto, è anche teatro, rappresentazione di sé. La sinistra soffre di  un riflesso pavloviano: quando non sai come contrastare un fenomeno, gridi al fascismo. Sia chiaro: Salvini afferma cose volutamente sgradevoli, ha sdoganato temi e battaglie storiche della Lega che un tempo erano indicibili, oggi paiono di senso comune. Siamo alla caduta della vergogna. E’ impossibile essere d’accordo con lui su tutto, ma è altrettanto impossibile concordare con chi addita come fascista il diverso da sé”.

Salvini è il primo vero leader della disintermediazione totale. “Chiama i cittadini ‘amici’, non ‘elettori’. Ha saputo abbattere ogni filtro, cosa che la sinistra non ha mai fatto: Renzi non è mai andato a Milano marittima ma si è chiuso nel palazzo con le pizze di cartone. Salvini invece sembra incastrato in un moto perpetuo senza sosta, gira l’Italia come facevano i politici Dc degli anni Cinquanta. Di Maio avrebbe fatto meglio a comportarsi da alleato fedele: quando si è spinto sullo stesso campo ne è uscito ridicolizzato.

luca morisi, matteo salvini e lo staff della lega festeggiano la vittoria alle europee luca morisi, matteo salvini e lo staff della lega festeggiano la vittoria alle europee
Perché il ‘politico’ puro esiste, e Salvini è certamente uno dei politici più formidabili degli ultimi quarant’anni. Ha la capacità di immedesimarsi nelle altrui richieste, esprime concetti semplici, a volte odiosi, a volte detestabili, sempre sospettabili di cinismo o di egoismo, ma dotati di una presa popolare enorme. Berlusconi aveva il vizio di forma del miliardario, lui no”.

E nel processo di disintermediazione con gli elettori gioca un ruolo decisivo la squadra di esperti informatici che anima quotidianamente la “Bestia”, sotto la sapiente guida di Luca Morisi. “Non si può comprendere il fenomeno Salvini senza considerare il potere di Internet che ha creato un mondo parallelo - afferma Roberto D’Agostino, fondatore di Dagospia, primo sito d’informazione online in Italia - L’inedita ascesa di Salvini, in tempi così rapidi, è stata resa possibile dal fatto che oggi l’informazione non viaggia sui tg delle ore 20 né sulla carta stampata.
Dago ph Porcarelli Dago ph Porcarelli

È chiaro che l’analisi non si esaurisce nella comunicazione: gli scenari trionfanti del populismo annoverano, a livello globale, passaggi cruciali come Brexit, la vittoria di Trump e l’exploit italiano del 4 marzo. Questi eventi sono, in breve, la risposta alla crisi d’identità prodotta dalla globalizzazione. La sinistra ha scambiato baci e bacetti con il capitalismo, oggi si è ridotta a paladina delle minoranze più o meno oppresse: gay, donne, migranti, neri. Su Twitter Gad Lerner, sconvolto dalla vittoria leghista, ha scritto che sarebbe colpa delle ‘classi subalterne’, proprio così. Insomma, è colpa degli zoticoni che non leggono i suoi libri.

È la vecchia idea che il suffragio elettorale non si addice agli incolti. Queste menti illuminate un tempo potevano primeggiare perché la gente normale era passiva, non aveva strumenti per farsi sentire. Oggi invece siamo tutti attivi, abbiamo tutti diritto di parola nella piazza virtuale del web”.
dagospia and friends a oxford dagospia and friends a oxford

Salvini e il clero: lei ha scritto che, dopo Di Maio, il secondo sconfitto di questo voto è papa Francesco. “L’elemosiniere del Vaticano che riattiva la luce del palazzo romano occupato compie una provocazione, roba da gruppettari. Io avrei sognato un populismo di sinistra ma i cosiddetti progressisti sono rimasti arroccati in una torre d’avorio”. Oggi le leadership evaporano rapidamente, succederà anche a Salvini? “Vedo una grossa differenza rispetto a Renzi che era arrivato al 40 percento sborsando i famosi 80 euro. Il vicepremier leghista non ha distribuito mance, non si è intestato il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia grillino. Salvini si è guadagnato il consenso per i risultati delle politiche su immigrazione e sicurezza, e in un’epoca in cui il nazionalismo imperversa a livello globale, dal Canada all’India, ha fatto sentire le persone parte di una comunità. Il suo farsi interprete di un sentire profondo, e reale, potrebbe preservarlo dalla estemporaneità”.
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Secondo Luca Ricolfi, professore di Analisi dei dati all’Università di Torino e presidente della fondazione Hume, “il risultato di Salvini conferma che gli italiani assegnano uno spazio ristretto a formule politiche più educate, moderate, come fu l’esperienza di Mario Monti e com’è oggi il partito di Silvio Berlusconi. C’è un massiccio apprezzamento per il modo diretto, e ancorato al senso comune, con cui Salvini si rivolge agli elettori.

Non è soltanto un fatto di comunicazione. I vari esponenti politici sono in completa confusione, esprimono concetti astratti e poco comprensibili per la gente comune. Fanno eccezione soltanto Di Maio, che usa un linguaggio comprensibile ma paludato, e poi Salvini e Giorgia Meloni, capaci di maggior chiarezza”. La Lega ha espugnato alcune roccaforti della sinistra, ha primeggiato nelle periferie, ha vinto in luoghi simbolo della resistenza anti-salviniana.
GIORGIA MELONI E MATTEO SALVINI BY CARLI GIORGIA MELONI E MATTEO SALVINI BY CARLI

“La concretezza è la prima risorsa del leader leghista. Ha scelto temi molto sentiti dai cittadini e su cui solo lui, e Meloni, parlano chiaro, gli altri farfugliano: l’immigrazione e la domanda di sicurezza e legalità. Gli italiani, inoltre, non hanno creduto al racconto della crisi proposto dalle élites. Quando persone come me e lei ricordano che non possiamo sforare i conti e che non dobbiamo metterci contro l’Europa, questa posizione non appare credibile, la gente la rifiuta.

I sovranisti lo hanno capito, tuonano contro la presunta austerity che in Italia non si è mai vista, Salvini addita un colpevole perché gli italiani non vogliono riconoscere le proprie responsabilità e i sacrifici che li attendono, meglio prendersela con l’Europa”. La dialettica con la Chiesa non pare aver penalizzato il leader leghista. “Al direttore di Repubblica che, ospite a Porta a Porta, lo incalzava su questo punto, Salvini ha replicato: ‘Io mi occupo degli ultimi tra gli italiani, sono pagato per questo’. Un politico, è il suo ragionamento, deve difendere gli interessi del popolo che va a rappresentare in Parlamento.

emanuele trevi emanuele trevi
La visione, cara a certi progressisti, secondo la quale dovremmo occuparci dell’umanità intera, non è condivisa. La maggior parte delle persone pensa che dobbiamo occuparci della nostra comunità, e poi, se avanza del tempo, di Burundi e Burkina Faso. Il papa è popolare nel mondo dei massmedia dove il politicamente corretto è ancora dominante, ma molti considerano questo pontefice come capo della sinistra e non della Chiesa. Non c’è niente di più politicamente corretto del papa, perciò l’industria della comunicazione tende a sopravvalutarne l’influenza”.

Grillo e Di Maio Grillo e Di Maio
Non può essere tacciato di salvinismo lo scrittore Emanuele Trevi: “Provo una gioia un po’ assurda, lo ammetto. Il motivo è che alla vittoria della Lega ha fatto da contraltare la débâcle grillina, e tra i due nemici io ho scelto il secondo perché, per dirla con Flannery O’ Connor, i 5 Stelle sono persone che vivono in un mondo che dio non ha mai creato. Preferisco anteporre un principio di realtà: per quanto mi faccia orrore il pensiero di Salvini, riesco a concepirlo nella mia stessa realtà, mentre i grillini abitano un mondo altro dove regnano microchip e scie chimiche, si rincorrono chiacchiere da bar sull’economia, si diffonde una violenza quasi terroristica contro i vaccini. Per me questa è la fine della civiltà.

matteo salvini annalisa chirico matteo salvini annalisa chirico
I fascisti, in fondo, li abbiamo già conosciuti in passato, è possibile affrontarli sullo stesso terreno e poi sconfiggerli. E’ invece precluso il confronto con i Grillo e con i Trump: il loro obiettivo è sostituire la nostra realtà con una immaginaria. Così, tra i due nemici, scelgo quello fascista perché incarna un male eterno che in una prospettiva umanistica può essere abbattuto. Il mondo salviniano è abitabile contrastandolo, quello grillino è inabitabile”.

FENOMENOLOGIA DI PAMELA PRATI CON ANNESSI E CONNESSI


Chi ci salverà, chi si salverà da Mark Caltagirone?

Si perdoni qui l'approccio smaccatamente autobiografico, tanto più deprecabile quanto più in voga e scontato al tempo dell'ego; ma debbo confessare che anche stavolta sono stato ispirato da questo frammento di Elemire Zolla: “Da un'epoca si travalica in un'altra quando le idee, i sentimenti, le immagini ossessive o consolatrici più diffuse incominciano ad appassire (...) Che cosa sta per sostituirsi, in tali momenti, agli antichi dei, alle vecchie costumanze? Per saperlo – così suona l'impegnativo incoraggiamento – bisognerà visitare i luoghi meno raccomandabili, gente che si sarebbe tentati di scartare come prossima alla follia”. Appunto.
Sempre per non mettere le mani avanti, aggiungo un minimo sindacale d'imbarazzo nell'esordire su Doppiozero recando in dono la vicenda di Pamelona Prati, già starlette ultrasessantenne del Bagaglino televisivo, che esclusa dai circuiti del glamour, e aggravata da ulteriori tristi problematiche, come si dice a proposito di fragilità psicologiche e faccende economiche, per rientrare nel giro ha voluto e/o dovuto inventarsi un matrimonio fasullo con una persona, Mark Caltagirone, quello da cui qui si cercherebbe scampo, ma che non esiste proprio. Però in fondo sì.
Tale scelta pseudo-nuziale le ha comportato in effetti una mole considerevole di articoli, copertine, esclusive, interviste e comparsate nelle reti televisive, specie Mediaset. Ma dopo che il giochetto è stato scoperto da Dagospia, anche dolori, malori, lacrime, confessioni e rotture, tutto vissuto adeguatamente coram populo, là dove la rete e i social network s'incrociano con la tv in un mefitico, enigmatico interscambio.

Oleodotti, figli e infarti: il mondo di Mark
L'idea di base, temeraria come un esperimento sociale, è che questo inedito interscambio abbia prodotto qualcosa, uno spazio grigiastro, una comunità mezza vera e mezza falsa, una dimensione che non esiste, ma ha effetti sulla realtà. Proprio ciò che vanno cercando i politici di questo tempo e in prospettiva il potere.
Ciò che colpisce e atterrisce – ma per fortuna fa anche un po' ridere – è la meticolosa cura con cui, a partire dai cognomi, vedi la dinastia editorial-palazzinara dei Caltagirone, vengono costruiti i personaggi inesistenti destinati a interagire con quelli veri.
Il mondo di Mark, ma anche il modo in cui la sua non-esistenza è venuta scandalosamente allo scoperto, consente in effetti di osservare il laboratorio nel quale prendono vita creature che sono e insieme appaiono un po' facsimili, un po' fantasmi, un po' prototipi, un po' ologrammi, comunque dotati di vita propria. Dai loro falsi profili social si dipartono per entrare a far parte della vita, alla conquista dei cervelli altrui, tra normalità ed emotività, tran tran e colpi di scena, secondo un modulo per cui ogni scambio che ottengono con la gente reale (foto, like, faccette, commenti, chat con terzi) diventa una prova della loro esistenza.



Anche se non si vede, il Mark di Pamela è bello, vive fra l'Italia, la Costa Azzurra e l'America, possedendo una magnifica villa a Miami. Anche se non è parente dei veri Caltagirone, è nello stesso giro, costruisce centri commerciali in Cina e oleodotti in Libia. Ha ottenuto riconoscimenti in Albania. È ovviamente pieno di soldi, regala costosi braccialetti, in un empito racconta di aver baciato l'imminente anello nuziale, come Salvini il crocifisso del rosario, scrive altre romantiche e appassionate dichiarazioni. È un modello d'innamorato.
Sempre sui social e sulle “indiscrezioni” fatte filtrare dopo i primi sospetti le finte nozze, ovviamente celebrate da un cardinale di Santa Romana Chiesa, vengono accreditate con finte partecipazioni, finte liste d'invitati, finti contratti con finti wedding planner, finti tulipani pervenuti dall'Olanda, finta cerimonia di addio al nubilato tenutasi in Egitto, ma forse era una Spa nei pressi di Formello. Con Pamelona, Mark aveva già – e qui la cosa presentava margini d'ambiguità – figli in affidamento: numero due orfanelli italo-spagnoli, ciascuno dotato di autonomo profilo Facebook con congrua dotazione di foto fasulle e veritieri interscambi. Uno dei bambini è Sebastian, ama il calcio, è laziale, “un principino biondo” secondo un'idealtipica descrizione di passaggio. Mentre la bambina si chiama Rebecca e vuole fare la ballerina; ripresa dall'alto in tutù, risulterà poi la figliola di un avvocato sardo, a tratti spacciato – come del resto un altro signore presente in ottenebrato video con un berrettino rosso – come il vero Mark Caltagirone. Che in altri profili, attenzione, nel frattempo si era sdoppiato in “Marc” e triplicato in “Marck” Caltagirone e appariva in foto, ora rubate, ora pixelate, ora pubblicate senza che si vedesse il volto, anche se poi si è scoperto che il torso, fasciato da un abito grigio, apparteneva a Gianni Sperti, che non c'entra nulla, pur risultando celebratissimo coprotagonista del programma “Uomini e donne” di Maria De Filippi.
E insomma. A un dato momento, sulla spinta meritoria di Dagospia, si comincia dunque a rinfacciare a Pamela che il suo sposo non esiste. E infatti: perché non si fa vedere? Perché nel frattempo, risponde lei addolorata, ha avuto un infarto. E così anche la malattia, con il suo sinistro gravame, entra nella storia, dove tutto tocca il cuore e al tempo stesso ogni certezza si arrampica sui vetri, rinviando la verità a data da destinarsi con finta riprovazione e spontaneo, generale sollievo degli addetti ai lavori.



Da Pirandello a Lele Mora
Debbo ahimè proseguire con l'ego, per assumermi la responsabilità di un punto di partenza dal quale ora che sono in pensione, libero cioè dalle incombenze della cronaca militante, ha preso il via il mio smodato lavoro di voyeur pedinatore e osservatore ficcanaso.
Anche in questo caso provo a tenerla alta e a riscattare l'imminente caduta chiedendo se queste folate d'irrealtà, questi prolungati cortocircuiti tra verosimile e bugiarderia non facciano squillare campanellini più propriamente artistici: a parte la figura di Elena Ferrante, che di recente ha anche firmato l'appello a favore dell'insegnamento della storia, mi è venuto in testa Pirandello e l'inconciliabilità dei punti di vista in “La signora Frola e il suo genero Ponza”; come pure qualche spunto di impostura borgesiana tipo l'inverosimile Tom Castro; per non dire i personaggi immaginari, ma fin troppo impressivi, di diversi film, dall'illusoria diva di “S1mOne” all'invisibile gangster Keyser Söze di “I soliti sospetti”.  



Per tenerla bassa, d'altra parte, portando in giro il mio “Invano: il potere in Italia da De Gasperi a questi qua” (Feltrinelli), mi capita di presentarmi come un giornalista politico la cui parabola professionale ha fatto in tempo a delinearsi “da Aldo Moro a Lele Mora”. Le implicazioni di quest'ultimo nella rotolata giù per la china della vita pubblica nazionale emersero nella torbida stagione del tardo-berlusconismo, per via del ruolo esercitato all'interno dei grandi scandali sessuali. Ma per chi avesse avuto la perversa passione di agganciare le vicende del potere con le delizie della cronaca rosa e giudiziaria, già nel 2007, dalle parti dell'affaire Vallettopoli, fu possibile seguire le res gestae di Lele Mora riscontrandovi quanto bastava a intuire, oltre a una certa puzza di bruciato foriera di prossimi e sicuri incendi, un indispensabile salto di fantasia nel suo ufficio di agente di spettacolo, mercante di umane ambizioni, demiurgico burattinaio, abilissimo a spedire chiunque in tv (e talune sciagurate, purtroppo per lui e per loro, nelle feste del bunga bunga).  



Tuttora il suo personaggio mostra una sua impudente grandezza, figlia del tempo e dei suoi tratti equamente distribuiti fra il gossip, il corporeo e il religioso, per cui durante la reclusione perse qualcosa come 40 chili, così come ebbe una potente e forse anche comprensibile crocca mistica. L'anno scorso, richiesto alla radio di esplicitare il proprio coinvolgimento nel rapporto con Fabrizio Corona, se l'è cavata dichiarandosi orgogliosamente cittadino di “Bombolandia”. Di recente è stato pizzicato in un campo rom che trafficava con una partita di champagne di sospetta derivazione. Ma prima che ci si perda definitivamente, l'impressione è che le avventure di Mark e Pamela nel cyber-spazio non sarebbero potute avvenire senza il magistero primigenio di Mora cui si può almeno in parte far risalire l'incrocio non solo fra gossip e potere, ma anche di quanto accade nei pressi del binomio, fra il cielo e la terra dei famosi, e quindi on line, dentro la rete, ma anche in prossimità del piccolo schermo.



Caccia, pesca e dopamina

Il punto è che il modello di Lele, quel suo costruire personaggi per darli in pasto alla tv secondo parti prestabilite, non solo ha fatto scuola, come scrivono i giornalisti, ma si è pure evoluto là dove nell'ultimo e acceleratissimo decennio la tecnologia della persuasione ha anch'essa fatto – per usare un'altra tipica espressione – passi da gigante.
Con il che si è lieti di annunciare, con il consueto scrupolo degno di miglior causa, che l'idea delle finte nozze di Pamelona con l'inopinato Mark Caltagirone è il frutto di una nuova generazione di agenti di spettacolo che potrebbero idealmente definirsi le “nipotine” di Mora. Si tratta di due giovani donne, a nome Eliana Michelazzo e Pamela Pericciolo, già “corteggiatrici” di “Uomini e donne”, passate convenientemente dall'altra parte del broadcasting alla guida di un'agenzia battezzata “Aicos Management”. Con le adeguate credenziali e a un prezzo che (ancora) non è dato sapere la coppia Aicos, che sarebbe la marca delle evolute sigarette a freddo, si è messa a disposizione della Prati con la piena e sperimentata consapevolezza che la partita dell'oggi – e oggi è già domani – si gioca tutta sull'antico rapporto fra predatori e allocchi, come pure su quello che la natura stabilisce tra pescatori e pescato.
Sono in effetti i social media campi venatori e di pesca per eccellenza, densi come appaiono a occhio nudo di solitudini e vanità da solleticare, e quindi di richiami, lusinghe, gabbie, trappole, esche e reti a strascico.



Un giornalista esperto, fra i primi in Italia a indagare con brio e intelligenza sui meccanismi psicologici della Rete, Gianluca Nicoletti, ha spiegato bene che alcuni sentimenti comuni sono provocati dalla deprivazione sensoriale, uno stato indotto in chi condivide un ambiente artefatto e costruito dal pc.
Chi passa ore e ore in quella realtà immersiva si procura, in altre parole, effetti simili a quelli che stimola la dopamina, fondamentale neurotrasmettitore dell'umore e dell'emotività. Ogni volta che si riceve un "Mi piace", o un retweet, o un complimento, un'attenzione, una foto dedicata, l'organismo rilascia una piccola scarica di dopamina, con il risultato che alla lunga si crea un fenomeno di dipendenza. “Così il nostro bisogno di social-gratificazione cresce nel tempo – conclude Nicoletti – esattamente come accade a un cocainomane, o come convenzionalmente accade in una fascinazione amorosa”. Che tanto più in pubblico vive di trasporti, rimbalzi, gelosie, amnesie, ambiguità e tradimenti.



La centralità di Barbara D'Urso

La Gazzetta Ufficiale dei dibattiti social è costituita da quei rotocalchi che in un tempo ormai abbastanza lontano si liquidavano “da parrucchieri”. Non saprei dire quando esattamente siano entrati nelle mazzette dei giornalisti politici (i più scrupolosi). Ma a occhio e croce direi che anche in questo caso è accaduto all'apice dell'età berlusconiana, a partire dalla sua seconda vittoria alle politiche del 2001, quando Sua Emittenza, il Signore di Arcore, una volta assurto a Palazzo Chigi ha sentito la necessità di imporre un modello estetico di comando regale, affidandolo a quel genere di dispositivi di consacrazione mediatica. Come avviene nelle dinastie titolate, i vari “Chi”, “Novella 2000”, “Eva 3000”, “Diva e donna” e “Dipiù” ci hanno dato dentro con i berlusconidi, arrivando spassosamente anche molto in là, tipo l'intervista al cugino prete del Cavaliere, parroco a Lomazzo, provincia di Como, pure raffigurato con oggetti sacri.  
Nel frattempo il gossip (vulgo: pettegolezzo) andava configurandosi come un indispensabile specchio entro cui prendeva luogo e corpo una specie di nuova, composita ma in fondo omogenea aristocrazia fatta di Vip dello spettacolo, dello sport e della politica e sorvegliata dai medesimi rotocalchi e dai primi siti gossipivori con modalità che – vedi l'indiscreto Dagospia con i suoi vistosi Cafonal – ricordavano un po' il sistema carcerario del Panopticon.



Come succede non di rado ai giornalisti, temo di essere insieme pedante e impreciso. Per quanto possa fare schifo, questo vivere in pubblico e sotto il fuoco dei media offrendosi ai dardi della più varia malevolenza rispondeva comunque all'annullamento dei confini tra la sfera pubblica e quella privata. E se la “vetrinizzazione sociale”, come definita da valenti studiosi come Vanni Codeluppi, si affermava senza trovare ostacoli, e se il concetto di gossip diveniva oggetto di seri studi politologici, è pure vero che in molti ambiti, fra cui quello del potere, l'antico contegno e anzi direi la vergogna stessa andava a farsi benedire. Per cui si spiega come al giorno d'oggi Barbara D'Urso, che nella storia di Mark Caltagirone ha inzuppato il pane a più non posso, si è naturalmente sostituita a Bruno Vespa nel ruolo mediatico-cerimoniale del potere; e nelle interviste che vanno in onda a “Domenica live” ecco che i leader, i presidenti e i ministri dell'alleanza nazional-populista le danno del tu (“Senti, Barbara...”), benevolmente ricambiati, e dopo si fanno anche la foto abbracciati in vita, e al momento dello scatto, soffusa di lux perpetua, lei guarda in camera piegando le labbra in una specie di bacio di legittimazione. Amen.    



Fantasmi truffaldini

Ha proclamato Barbara D'Urso in una delle tante trasmissione dedicate alla saga: “Ci sono tante donne che sono fidanzate con persone che non esistono”. E ancora: “Ho tante amiche che sono convinte di avere un fidanzato solo perché ci parlano su Facebook”. E può anche darsi.
Da anni la rete ha aggravato il peso dell'intimità e al tempo stesso dilatato a dismisura le possibilità di condivisione. In un'atmosfera euforica e sdolcinata, ma anche dolorosa e talvolta non priva di un retrogusto cospirativo  – ah, l'eredità del melodramma! – il regime del trash ha ben concimato il terreno per la fioritura di fake che sui social e sulle piattaforme di dating operano a mezza via tra la menzogna social e la vera truffa sentimentale; per cui in effetti molte poverette ammettono di aver avuto palpitazioni e intrattenuto relazioni – pure con scambio di porno domestico – con persone che nel migliore dei casi operano alla tastiera sotto mentite spoglie (richiestissimi gli uomini in uniforme militare). L'equivalente dei raggiri economici, tipo l'ex ministro del Tesoro dello stato africano che ha messo da parte un ricco tesoro, ma siccome non può attingervi, ha incaricato un intermediario, di norma un parente prossimo, di spillare qualche centinaio di euro a qualche gonzo per sbloccarlo – donde il bengodi, la cuccagna e l'eldorado.



Da quel che è dato capire, il principale bacino d'utenza nell'ambito della manipolazione sentimentale, il nucleo incandescente di questa umanità di predoni e predati, sembra comunque composto da un certo numero di morti e morte “di fama”, come con sprezzante efficacia li ha designati Dagospia: aspiranti e reduci del Grande Fratello, naufraghi e renitenti alla leva delle isole dei famosi, corteggiatrici e tronisti dei programmi di Maria De Filippi, detta “la Sanguinaria”, e altri ambiziosi cercatori di fortuna provenienti dalle discoteche, scuole di ballo, palestre, centri estetici, di benessere e di ricostruzione delle unghie, compagnie di biker e – attenzione! – gruppi politici sparsi e lampeggianti per l'Italia profonda della periferia. Ognuno di essi con i suoi spregiudicati agenti 2.0 ai quali si affianca un milieu fatto di blogger raccattati, improbabili influencer, social media manager di serie C1, spin doctor pizza & fichi, ma che di sicuro sono in grado di inventarsi profili e sanno benissimo come nutrirli di balle per aumentarne l'attività e generare vere e proprie comitive che possono sempre servire, allargandosi e attivandosi per esempio in vista di momenti caldi ed elezioni. A riprova dell'accelerata contiguità o forse ormai dell'avvenuta osmosi tra vita vissuta, gossip, ricerca di popolarità, perdita di tempo e post-militanza politica all'ombra dei social.



E Silvia Sbrigoli prometteva le “Zigulì”

Forse è perché alla fine uno si illude di aver capito e al tempo stesso brancola nel buio. Ma certo, pur con le peggiori intenzioni, sono rimasto sorpreso quando ho preso atto che una certa Silvia Sbrigoli prometteva le caramelle “Zigulì” a Sebastian Caltagirone. E che c'era un altro tipo, Ivan Lazio, che si dava da fare intorno al futuro e brizzolato meta-sposo di Pamelona; o quando mi sono reso conto che pronubo un tale Stefano Codispoti, la vicenda aveva preso una strana piega calabrese. S'era in effetti materializzata da quelle parti, luogo d'origine dell'agente Perricciolo, una deputata di Fratelli d'Italia che veniva indicata come la precedente fidanzata dell'inesistente Mark, con evidenze di sintomatica uniformità. Così come aveva preso a tambureggiare contro di lei una esponente del Pd, pure calabrese, non si capiva se in nome della trasparenza, della verità o di che altro.



In ogni caso, per ovvie ragioni, la prudenza nel giudizio era sorella della diffidenza, per cui mi appariva tutto vero, nel senso che ogni post lasciava una reale traccia in rete, ma nel contempo anche tutto falso; o meglio, fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Più esattamente: la sarabanda in espansione sembrava riassumere tenendoli insieme, come ha scritto Andrea Minuz sul Foglio del sabato, brandelli di palinsesto, oltre che idee e sotto-idee televisive: “Chi l'ha visto?” (che poi ha dedicato una puntata a Mark), “Mi manda Lubrano”, “C'è posta per te”.
A tutte le ore, siti e televisioni presentavano impossibili trame, inutili colpi di scena, assurde peripezie e vacui inghippi annegandoli in un mare magnum di chiacchiere con la partecipazione di “analisti” per lo più sconosciuti, ma di bella presenza ed elementare linguaggio, Giovanni Ciacci, Georgette Polizzi...   
Con temerario rimando storico aggiungerei che la quantità e qualità di bizzarri testimoni ricordava un po' il circo che quasi settant'anni orsono si trascinò appresso, nei memoriali per la stampa e dentro le aule giudiziarie, il caso Montesi: l'ex soubrette Giobbengiò, la scrittrice Caramello, “Giovanna la Rossa”, una misteriosa signora soprannominata “la Dromedaria” e il preteso agente del Cominform Piero Pierotti. Ma a parziale compensazione comparivano nella saga caltagironesca anche due cani, a nome Oscar e Benito, entrambi tuttavia enigmaticamente recanti in foto una medaglietta con la croce celtica.



Epifania della famiglia Coppi e di Giò Inolem

Debbo ripetermi, lo so bene. I processi di reciproco accreditamento social si moltiplicavano con ritmi inusitati gonfiandosi e sollecitando reazioni in un gioco di scambi, specchi, rifrazioni e rimbalzelli sempre più arduo da seguire, anche perché a getto continuo confluivano novità hard: potenziali aggressioni con l'acido, per dire, e relative azioni legali (l'avvocato di Cagliari presentava denuncia perché fatto passare come Mark Caltagirone).
A un dato momento, con lieto sgomento, ho realizzato che con sfacciata precisione e ribalda sicurezza le due agenti avevano da tempo dato vita e immesso in rete un'intero nucleo parentale inesistente il cui cognome, Coppi, evocava un grande ciclista, ma soprattutto un celebre avvocato.
Ben 10 (dieci) anni era durata la relazione che la Michelazzo sosteneva di aver avuto con tale Simone Coppi, incontrato, no, anzi visto in realtà una sola volta, a Fontana di Trevi, anche se la certificazione del legame era delegata alla foto di un tatuaggio, con tanto di date e svolazzi grafico-epidermici.
Oltre a Simone, che esercitava la professione di magistrato e come tale aveva avuto a che ridire con un ex corteggiatore tradito dalla fidanzata, esisteva molto in teoria anche Davide Lorenzo Coppi, di cui si veniva a sapere che possedeva un imponente acquario di pesci tropicali a capo del letto e che era impegnato a sostenere come volontario i bambini di Haiti colpiti dal terremoto. Quindi c'era anche il cugino Danny Coppi, presumibilmente Daniele; e dulcis in fundo Hellen, pure Coppi e presumibilmente niente.
In tale grazioso contesto apparve l'ennesimo fake, dal nome invero piuttosto sbrigativo di Giò Inolem. Non ci voleva molto a capire che se il nome poteva essere un'abbreviazione di Giorgia, il cognome era indubitabilmente Meloni alla rovescia. E qui, come si dice all'estenuato pubblico, mi avvierei alla conclusione.



Verso la minoranza assoluta

Posto che quasi certamente Giorgia Meloni nemmeno lo sa, debbo confessare di aver guardato ogni volta con sospetto al numero mostruoso e sempre crescente di follower che gli odierni politici vantano su Facebook, Twitter e Instagram.
È uno scetticismo antico e ben radicato che di sicuro ha a che fare, oltre che con le debolezze umane, con l'anagrafe professionale: l'eccessiva proliferazione del tesseramento dei partiti nella Prima Repubblica e la smodata sopravvalutazione dei dati nei sondaggi preelettorali nella Seconda. Per cui mi pare di poter concludere che nella Terza, questa di oggi, è del tutto inverosimile che Salvini, Di Maio, Zingaretti, Meloni e compagnia cantante abbiano milioni e milioni e milioni e milioni di seguaci, moltissimi dei quali intervengono quasi sempre a loro sostegno.
Neanche a farlo apposta, proprio nelle settimane dell'affare Caltagirone sono cominciate a venire fuori le prime spontanee e timide verifiche sulla reale entità della partecipazione alla vita di questi politici perennemente on line. Sono calcoli ancora imperfetti, a campione e artigianali, seppure di buon senso, ma tempo verrà per più puntuali e scientifiche rilevazioni.
Da quel poco che si capisce, gli odierni campioni dei social hanno di gran lunga oltrepassato l'improntitudine dei signori delle tessere democristiani (che comunque se le pagavano) e la spudoratezza demoscopica di Berlusconi, che si gloriava di percentuali pazzesche, per cui era quasi inutile fare le elezioni e votare (d'altra parte il Cavaliere era anche il proprietario di agenzie di raccolta dati, quando non acquistava a caro prezzo quei cialtroneschi numeri a suo vantaggio).



E insomma, per farla breve: il sospetto è che oltre il 65 per cento dei follower, comprendendo nella categoria le simpatiche figure dei troll e degli haters, sono fasulli – e tanto più fasulli in quanto non costano nulla. Si dice a Roma, a proposito di chi si fa bello: quattrini e santità, metà della metà.
A occhio, la perfida rima trova conferma e sviluppo nella tecnologia della rete. Sempre in singolare coincidenza con le vicissitudini di Pamelona e le sue agenti (con cui ha litigato) si è potuto leggere che on line esistono e funzionano da tempo, attraverso calcoli neurali, dei veri e propri generatori di figure perfettamente realistiche, ma immaginarie. Cioè uno fa click e viene fuori un volto, ma perfetto – posso garantire che l'esperienza vale la pena. C'è anche da dire che a scanso di equivoci, chi ha inventato e messo a punto il modello ha avuto la simpatica idea di intitolare il sito: “This person does not exist”. Più facile, rapido e meno costoso della clonazione.
Ho pensato dunque: con questo sistema, da Mark in poi, la conquista del 51, ma forse anche del 101 per cento è a portata di mano. Poi, con più calma, mi è venuto il dubbio che anche in quel caso ci si potrà consolare – guarda te! – con Machiavelli: “Perché si trova questo nell'ordine delle cose, che mai non si cerca fuggire uno inconveniente che non si incorra in uno altro”.